Podcast di storia

5 marzo 2012 - Obama e Netanyahu si incontrano sull'Iran - Storia

5 marzo 2012 - Obama e Netanyahu si incontrano sull'Iran - Storia

5 marzo 2012 - Obama e Netanyahu si incontrano sull'Iran

Sono riluttante a scrivere la rubrica di stasera. Ho cercato nel corso degli anni di informare i miei lettori con fatti e alcune osservazioni. Stanotte non voglio entrare nel regno della finzione. Dato che non ero presente all'incontro faccia a faccia tra Obama e Netanyahu, non ho idea di cosa sia realmente accaduto. D'altra parte, dato che l'incontro ha avuto luogo, sarei negligente a non condividere quel poco che penso di sapere, insieme a quello che posso ipotizzare.

Innanzitutto, la messa in scena dell'incontro è stata fatta per limitare la possibilità di inviare troppi messaggi contrastanti. La dichiarazione congiunta è stata consegnata all'apertura della riunione, piuttosto che alla fine. Nella sua dichiarazione, Obama ha ripetuto in breve quanto detto all'Aipac (qui il testo integrale del discorso di ieri). È stata una dichiarazione dura sull'Iran in cui Obama ha nuovamente sollevato la possibilità di un'azione militare americana contro l'Iran, pur affermando che c'è ancora tempo per la diplomazia. Netanyahu ha incentrato le sue osservazioni su Israele che deve rimanere padrone del proprio destino. Obama non è sembrato così scontento di ciò che stava dicendo Netanyahu, il che mi porta a credere che le osservazioni siano state coordinate in anticipo.

Puoi leggere le trascrizioni delle osservazioni e giudicare tu stesso.

Sia le fonti israeliane che quelle americane riferiscono che l'incontro è stato molto positivo. Gli americani sembrano soddisfatti che Netanyahu sia disposto a concedere più tempo alla diplomazia. Gli israeliani sembrano felici che Obama sia disposto a lavorare per inasprire ulteriormente le sanzioni e accetta che se le sanzioni non funzionano, Israele ha il diritto di difendersi.

Si è parlato nell'ultimo giorno della Fatma emessa dall'ayatollah Kameni, in cui si afferma che le armi nucleari non possono essere utilizzate dai musulmani. È una via d'uscita per gli iraniani?


Obama e Netanyahu non sono d'accordo sull'Iran, in pubblico e in privato

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Barack Obama si incontrano nell'ufficio ovale della Casa Bianca per parlare dell'Iran e di altre questioni, 5 marzo 2012. (Ron Kampas)

Il presidente Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sono d'accordo, almeno in linea di principio: tenere il discorso su cosa fare con l'Iran a porte chiuse. Ma una volta che sono dietro quelle porte, non possono essere d'accordo e non riescono a resistere a portare allo scoperto i loro disaccordi.

A poche ore da una lunga e privata riunione dello Studio Ovale lunedì che gli aiutanti di entrambi i leader hanno detto che è stata produttiva, Netanyahu ha suggerito che l'approccio incentrato sulle sanzioni di Obama al programma nucleare iraniano non stava producendo risultati. Il giorno dopo Obama stava avvertendo che gli Stati Uniti avrebbero subito ripercussioni se Israele avesse colpito l'Iran prematuramente.

Sembra che ci siano state anche alcune concessioni da entrambe le parti.

Netanyahu ha detto a Obama e ai leader del Congresso che non aveva ancora deciso di colpire l'Iran. E il segretario alla Difesa di Obama, Leon Panetta, ha emesso forse l'avvertimento più esplicito di una possibile azione militare degli Stati Uniti contro l'Iran nel suo discorso martedì alla conferenza politica annuale dell'American Israel Public Affairs Committee.

"L'azione militare è l'ultima alternativa quando tutto il resto fallisce", ha detto l'ultimo giorno della conferenza in una serie di discorsi mattutini volti a motivare i 13.000 attivisti presenti prima di visitare Capitol Hill per fare pressione sui legislatori. "Ma non commettere errori, se tutto il resto fallisce, agiremo".

Questa formulazione è più acuta del linguaggio "senza opzioni fuori dal tavolo" che è stato il piatto comune per le amministrazioni Obama e Bush.

Gran parte del discorso di Panetta sembrava essere un tentativo di persuadere Netanyahu a coordinarsi più strettamente con gli Stati Uniti.

"La cooperazione sarà essenziale per affrontare le sfide del 21° secolo", ha affermato Panetta. “Gli Stati Uniti devono sempre avere la fiducia incrollabile del nostro alleato Israele. Siamo più forti quando agiamo come una cosa sola".

Gli alti funzionari dell'amministrazione Obama hanno cercato di persuadere Netanyahu che le opzioni diplomatiche non sono state ancora esaurite nel tentativo di far ritirare l'Iran dal suo presunto programma di armi nucleari.

Netanyahu non è sembrato così desideroso di collaborare nel suo duro discorso di lunedì sera, che ha ripetutamente portato la folla dell'AIPAC in piedi per le ovazioni. Ha sottolineato il diritto di Israele di agire ed ha espresso insofferenza per il ritmo degli sforzi per esercitare pressioni sull'Iran.

"Apprezzo i recenti sforzi del presidente Obama per imporre sanzioni ancora più severe contro l'Iran, e queste sanzioni stanno danneggiando l'economia iraniana, ma sfortunatamente il programma nucleare iraniano continua ad avanzare", ha detto Netanyahu. “Abbiamo aspettato che la diplomazia funzionasse, abbiamo aspettato che le sanzioni funzionassero, nessuno di noi può permettersi di aspettare ancora a lungo. Come primo ministro di Israele, non lascerò mai che il mio popolo viva all'ombra dell'annientamento».

Rispondendo ai commentatori che sostengono che l'azione militare contro l'Iran sarebbe inefficace o provocherebbe una risposta violenta, Netanyahu ha detto: "Ho già sentito queste argomentazioni". Quindi tenne drammaticamente la corrispondenza del 1944 tra il World Jewish Congress e il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti in cui quest'ultimo respinse la richiesta del WJC di bombardare Auschwitz e le ferrovie che portavano al campo di sterminio.

“Il 2012 non è il 1944, il governo americano oggi è diverso. L'hai sentito nel discorso di ieri del presidente Obama", ha detto. “Ma ecco il punto: anche il popolo ebraico è diverso oggi. Abbiamo uno stato tutto nostro e lo scopo di uno stato ebraico è difendere le vite degli ebrei e garantire il nostro futuro. Mai più."

Il giorno successivo, in risposta a una domanda in una conferenza stampa, Obama ha detto: "Israele è una nazione sovrana che deve prendere le proprie decisioni su come preservare al meglio la propria sicurezza", ha affermato. "E come ho detto negli ultimi giorni, sono profondamente consapevole dei precedenti storici che pesano su qualsiasi primo ministro di Israele quando pensano alle potenziali minacce a Israele e alla patria ebraica".

Ma poi ha aggiunto: "L'argomento che abbiamo avanzato agli israeliani è che abbiamo assunto un impegno senza precedenti per la loro sicurezza. C'è un legame indissolubile tra i nostri due paesi, ma una delle funzioni degli amici è assicurarsi di fornire consigli onesti e non verniciati in termini di quale sia l'approccio migliore per raggiungere un obiettivo comune, in particolare quello in cui abbiamo un interesse . Questa non è solo una questione di interessi israeliani, è una questione di interessi statunitensi. Inoltre, non è solo una questione di conseguenze per Israele, se si interviene prematuramente. Ci sono conseguenze anche per gli Stati Uniti”.

Obama è tornato ai critici repubblicani che lo hanno accusato di non aver chiarito all'Iran che un attacco militare sarebbe derivato da un fallimento nel dimettersi dal suo presunto programma nucleare.

“Sapete, quando visito Walter Reed”, l'ospedale militare di Washington, “quando firmo lettere alle famiglie che hanno – i cui cari non sono tornati a casa – mi viene in mente che c'è un costo. Ma ci pensiamo bene. Non ci giochiamo alla politica. Quando lo abbiamo fatto in passato, quando non ci abbiamo pensato e ci siamo impigliati nella politica, commettiamo errori. E in genere non sono le persone che saltano fuori a pagarne il prezzo. Sono questi incredibili uomini e donne in uniforme e le loro famiglie a pagarne il prezzo".

Obama ha insistito sul fatto che la diplomazia era ancora in tempo per funzionare, e in una sottile battuta a Netanyahu ha affermato che l'establishment dell'intelligence israeliana era d'accordo.

"Sono convinto che abbiamo una finestra di opportunità in cui questo può ancora essere risolto diplomaticamente", ha detto. "Questa non è solo la mia opinione, questa è l'opinione dei nostri massimi funzionari dell'intelligence, è l'opinione dei massimi funzionari dell'intelligence israeliana".

Entrambi i leader sembravano essere presi tra il voler sostenere la propria causa e tenere alcune questioni a porte chiuse. Netanyahu ha iniziato il suo discorso di lunedì sera alla conferenza politica dell'AIPAC promettendo: "Non ti parlerò di ciò che Israele farà o non farà, non ne parlo mai".

Il giorno prima, nel suo discorso all'AIPAC, Obama ha criticato ciò che ha definito "chiacchiere di guerra".

"Nelle ultime settimane, tali discorsi hanno beneficiato solo il governo iraniano aumentando il prezzo del petrolio, da cui dipendono per finanziare il loro programma nucleare", ha affermato. "Per il bene della sicurezza di Israele, della sicurezza dell'America e della pace e della sicurezza del mondo, ora non è il momento di fare spaccone".

I tre candidati presidenziali repubblicani che martedì si sono rivolti all'AIPAC hanno colto l'occasione per prendere di mira la politica iraniana di Obama, accusando il presidente di essere morbido ed esitante sulla questione.

"Porterò fine all'attuale politica di procrastinazione", ha detto via satellite Mitt Romney, l'ex governatore del Massachusetts.

Newt Gingrich, l'ex presidente della Camera dei rappresentanti parlando anche via satellite, ha detto che come presidente non si aspetterebbe un avvertimento da Israele se decidesse di colpire l'Iran.

Rick Santorum, l'ex americano senatore che era presente alla conferenza di persona, ha affermato che le differenze tra Stati Uniti e Israele su cosa dovrebbe innescare un attacco stanno incoraggiando l'Iran. Ha accusato Obama di "voltare le spalle" a Israele.

Nella conferenza stampa del presidente, che avrebbe dovuto riguardare la crisi degli alloggi, Obama ha respinto i discorsi da falco dei suoi critici repubblicani.

"Quando vedo la disinvoltura con cui alcune di queste persone parlano di guerra, mi vengono in mente i costi che comporta la guerra", ha detto. "Mi viene in mente la decisione che devo prendere in termini di mandare i nostri giovani uomini e donne in battaglia e l'impatto che ha sulle loro vite, l'impatto che ha sulla nostra sicurezza nazionale, l'impatto che ha sulla nostra economia . Questo non è un gioco e non c'è niente di casuale in questo".


Linee rosse, scadenze e fine dei giochi: Netanyahu accende l'Iran Heat su Obama

Il problema del premier israeliano non è la mancanza di una linea rossa. È che quello americano non è uguale al suo.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ascolta il discorso del presidente Barack Obama durante il loro incontro nell'ufficio ovale della Casa Bianca a Washington, 5 marzo 2012.

Imparentato

Aggiornato: 11 settembre 2012, 22:00

È improbabile che la frustrazione di Benjamin Netanyahu per la gestione della questione nucleare iraniana da parte dell'amministrazione Obama venga placata in tempi brevi, con il quotidiano israeliano Haaretz sostenendo martedì che la Casa Bianca ha "rifiutato" la richiesta del primo ministro israeliano di un incontro durante la sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York alla fine di questo mese. La Casa Bianca ha immediatamente smentito il rapporto, con il portavoce della sicurezza nazionale Tommy Vietor che ha spiegato che Netanyahu dovrebbe arrivare a New York dopo la partenza di Obama. "Semplicemente non sono in città allo stesso tempo", ha scritto Vietor in un'e-mail. “Ma il Presidente e il Primo Ministro sono in contatto frequente e il Primo Ministro incontrerà altri alti funzionari, incluso il Segretario [di Stato Hillary] Clinton, durante la sua visita. mai nessuna richiesta di incontro tra il Primo Ministro e il Presidente a Washington, né questa richiesta è stata mai negata”. Ma i media israeliani, incoraggiati da funzionari israeliani senza nome, stanno interpretando la decisione come un affronto in una settimana in cui Netanyahu non ha nascosto la sua esasperazione con l'amministrazione Obama.

Il primo ministro martedì ha lanciato una bordata sottilmente mascherata contro l'amministrazione, dicendo ai giornalisti a Gerusalemme: "Coloro nella comunità internazionale che si rifiutano di mettere una linea rossa davanti all'Iran non hanno il diritto morale di mettere una luce rossa davanti a Israele Era in risposta al rifiuto di Washington della richiesta del leader israeliano che gli Stati Uniti dichiarassero pubblicamente una "linea rossa" per il lavoro nucleare iraniano, che se attraversata, avrebbe innescato una risposta militare degli Stati Uniti. Gli israeliani hanno anche chiesto agli Stati Uniti di fissare una scadenza affinché l'Iran si conformi alle richieste occidentali. Ma tutti i principali alleati occidentali di Israele hanno lanciato severi avvertimenti contro un attacco militare da solo, a cui si oppongono anche i capi militari e della sicurezza di Israele, nonché la maggioranza del suo pubblico intervistato. Incapace di costringere l'amministrazione ad accettare i suoi termini e la sua tempistica, quindi, Netanyahu si riduce a interpretare Cassandra.

La Clinton ha attirato l'ira israeliana quando ha esposto la posizione dell'amministrazione sull'Iran in un'intervista, lunedì, a Bloomberg TV. “Non stiamo fissando scadenze,”, ha detto. Stiamo osservando molto attentamente ciò che fanno, perché è sempre stato più sulle loro azioni. Siamo convinti di avere più tempo per concentrarci su queste sanzioni, per fare tutto il possibile per portare l'Iran a un negoziato in buona fede. diciamo chiaramente che diplomazia e sanzioni non hanno funzionato. Hanno colpito l'economia iraniana, ma non hanno fermato il progetto nucleare iraniano

Netanyahu ha certamente ragione sul fatto che il dolore delle sanzioni non ha impedito all'Iran di continuare il suo lavoro nucleare in violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, né ha spinto Teheran ad accettare le richieste occidentali al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, tuttavia, la valutazione degli Stati Uniti è che mentre l'Iran continua ad accumulare infrastrutture nucleari che gli darebbero la capacità di costruire un'arma, Teheran non ha ancora deciso di costruire una bomba. (Molti analisti sospettano che l'obiettivo attuale dell'Iran sia la “latenza nucleare” di cui godono paesi come il Giappone, che potrebbero costruire armi nucleari nel giro di pochi mesi se lo ritenessero strategicamente necessario.) Ha detto il segretario alla Difesa Leon Panetta CBS martedì che se l'Iran prendesse la decisione strategica, in questo momento, avrebbe bisogno di "poco più di un anno" per costruire una bomba. "Pensiamo che avremo l'opportunità, una volta che sapremo che hanno preso quella decisione, [di] intraprendere le azioni necessarie per fermarli", ha detto Panetta. Ed è grazie alla mossa iraniana di armare il materiale nucleare che l'amministrazione Obama ha tracciato la propria linea rossa. Il segretario stampa della Casa Bianca Jay Carney aveva ribadito lunedì: "La linea è che il presidente è impegnato a impedire all'Iran di acquisire un'arma nucleare e utilizzerà ogni strumento nell'arsenale del potere americano per raggiungere questo obiettivo".

Il vero problema per Netanyahu non è che Obama non abbia indicato una linea rossa, è che la linea rossa di Obama non è la stessa della linea rossa di Israele. “Se l'Iran sa che non c'è una linea rossa, se l'Iran sa che non c'è una scadenza, cosa farà?” Netanyahu ha detto martedì. “Esattamente quello che sta facendo. Sta proseguendo, senza alcuna interferenza, verso l'ottenimento di armi nucleari e da lì bombe nucleari

La linea rossa di Netanyahu non è semplicemente l'Iran "che acquisisce un'arma nucleare", ma piuttosto l'Iran che acquisisce la capacità di costruirne una, una capacità che probabilmente Teheran ha già, ma che non ha ancora iniziato a utilizzare. Ecco perché Israele insiste sul fatto che l'unico risultato accettabile di un processo diplomatico è lo smantellamento completo e la spedizione fuori dall'infrastruttura di arricchimento dell'Iran e dalle scorte di materiale fissile. Le prospettive per un tale esito rimangono remote, anche se l'Iran ha più volte manifestato la volontà di negoziare limiti al suo lavoro nucleare.

L'amministrazione Obama non ha fino ad ora delineato la sua visione di un esito diplomatico accettabile qualora gli iraniani si dimostrassero disposti a scendere a compromessi, evitando la questione se condivida l'opinione israeliana secondo cui l'Iran non può essere autorizzato ad arricchire l'uranio, anche come parte di un programma energetico pacifico. E la mancanza di progressi nella diplomazia significa che non ha dovuto farlo. Ma per come stanno le cose, l'Iran può concepibilmente continuare a fare ciò che sta facendo attualmente senza inciampare sulla linea rossa degli Stati Uniti, espandendo in modo incrementale la sua capacità nucleare ma facendo attenzione a evitare passi che potrebbero essere interpretati come movimento per costruire armi. È il fatto che l'attuale espansione incrementale delle sue capacità dell'Iran porterà sanzioni sempre più severe, ma non un attacco militare statunitense, che Netanyahu sta cercando, apparentemente invano, di invertire, per lo più minacciando un esercito unilaterale colpire.

Nel tentativo di ristabilire lo status quo, martedì sera la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in cui dichiarava: "Il presidente Obama ha parlato con il primo ministro Netanyahu per un'ora stasera nell'ambito delle consultazioni in corso. I due leader hanno discusso della minaccia rappresentata dal programma nucleare iraniano e della nostra stretta cooperazione sull'Iran e su altre questioni di sicurezza. Il presidente Obama e il primo ministro Netanyahu hanno riaffermato di essere uniti nella determinazione di impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare e hanno deciso di proseguire le loro strette consultazioni in futuro.


Al vertice Obama-Netanyahu si sono scambiate rassicurazioni ma le differenze restano

WASHINGTON (JTA) — Il presidente Barack Obama e il primo ministro Benjamin Netanyahu potrebbero non aver colmato le loro divergenze su come trattare con l'Iran, ma ciascuno è riuscito a rassicurare l'altro.

Nel suo discorso all'American Israel Public Affairs Committee, Obama ha tenuto duro, rifiutando di articolare nuove linee rosse americane sulla questione nucleare iraniana e sconsigliando vivamente di "parlare di guerra". Eppure si è guadagnato le lodi del primo ministro e della lobby pro-Israele con il suo riconoscimento che Israele ha bisogno di essere in grado di difendersi, e il suo voto che l'America ha le spalle a Israele.

Mentre Obama ha sottolineato la diplomazia come un'opzione continua nei commenti pubblici e privati, Netanyahu ha indicato nell'incontro privato dei due leader che crede che le sanzioni siano state esaurite. Eppure, anche se il primo ministro non condivide la pazienza del presidente, ha anche detto a Obama che non c'è ancora alcuna decisione israeliana di attaccare l'Iran, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana.

"Crediamo che ci sia ancora una finestra che consenta una soluzione diplomatica a questo problema, ma alla fine il regime dell'8217 iraniano deve prendere una decisione per muoversi in quella direzione, una decisione che non ha preso finora", Obama ha detto in un servizio fotografico dell'Ufficio Ovale lunedì mattina prima della riunione di due ore dei leader, seguita da quello che gli assistenti hanno descritto come un pranzo "espansivo".

Ha aggiunto, guardando Netanyahu: “So che sia il primo ministro che io preferiamo risolvere la questione diplomaticamente. Comprendiamo i costi di qualsiasi azione militare”.

Netanyahu non ha riconosciuto l'appello del presidente affinché la diplomazia si svolga, sottolineando invece il diritto sovrano di Israele di agire e osservando che Obama aveva fatto lo stesso punto nel suo discorso il giorno prima al forum politico annuale dell'AIPAC.

“Penso che al di là di ciò ci siano due principi, principi di vecchia data della politica americana che lei ha ribadito ieri nel suo discorso — che Israele deve avere la capacità di difendersi sempre da solo contro qualsiasi minaccia e che quando si tratta di Israele& #8217, Israele ha il diritto, il diritto sovrano di prendere le proprie decisioni", ha detto Netanyahu.

“Credo che sia per questo che apprezzi, signor Presidente, che Israele debba riservarsi il diritto di difendersi. E dopotutto, questo è lo scopo stesso dello stato ebraico: restituire al popolo ebraico il controllo sul nostro destino", ha continuato. "Ed ecco perché la mia suprema responsabilità come primo ministro di Israele è garantire che Israele rimanga padrone del suo destino".

Quel riconoscimento — che Israele ha il diritto di colpire nella propria percepita autodifesa — era l'elemento che i leader dell'AIPAC stavano cercando, e Obama ha guadagnato la standing ovation più estesa del giorno quando ha detto alla conferenza: "Israele deve sempre avere la capacità di difendersi, da solo, contro ogni minaccia”.

Un altro piacere della folla è stato l'impegno del presidente che "gli Stati Uniti avranno sempre le spalle di Israele quando si tratta della sicurezza di Israele".

Come trattare con l'Iran ha dominato gran parte dell'incontro tra i leader. Come per sottolineare il messaggio di Netanyahu sulla sua determinazione a confrontarsi con il regime iraniano, il suo regalo a Obama è stata una copia della Megillah, il racconto del sanguinoso trionfo degli ebrei persiani su Haman.

Una fonte israeliana ha detto che l'incontro ha sottolineato l'accordo tra i governi Netanyahu e Obama in quattro aree: una determinazione a prevenire un'arma nucleare iraniana che tutte le opzioni sono sul tavolo che il contenimento non è un'opzione che Israele è uno stato sovrano che ha il diritto di difendersi da solo.

Nel suo discorso alla conferenza di lunedì mattina, pronunciato mentre Obama e Netanyahu incontravano, Howard Kohr, direttore esecutivo dell'AIPAC, ha chiarito che il quarto messaggio era quello che l'AIPAC stava cercando.

"Questo è il contesto in cui Israele deve decidere la sua linea d'azione", ha detto. “Se riesce a mettere il suo destino nelle mani di chiunque —, anche del suo alleato più stretto, l'America, o se deve condurre un attacco per rimandare l'acquisizione di una bomba nucleare da parte dell'Iran. Israele è stato creato per garantire che il popolo ebraico non dovesse mai mettere il proprio destino nelle mani di altri”.

Kohr ha anche respinto con forza coloro che affermano che Obama non ha fatto abbastanza per affrontare l'Iran.

"Il presidente Obama e la sua amministrazione devono essere lodati", ha detto. “Hanno — più di qualsiasi altra amministrazione, più di qualsiasi altro paese, hanno esercitato una pressione senza precedenti su Teheran attraverso l'uso di severe sanzioni economiche. Hanno costruito un'ampia coalizione per isolare il regime iraniano e hanno portato le risorse militari necessarie nel Golfo e nei vicini dell'Iran per segnalare che l'America ha il potere di agire".

Kohr ha fatto eco ai Democratici nelle loro richieste di non rendere la politica iraniana una questione di parte. I colpi repubblicani contro Obama hanno frustrato i suoi sostenitori, i quali affermano che le critiche non tengono conto dei progressi compiuti nell'isolare l'Iran.

Durante la campagna elettorale in Georgia domenica, il candidato alla presidenza del GOP Mitt Romney ha affermato che Obama "non è riuscito a comunicare che le opzioni militari sono sul tavolo".

Il presidente e i funzionari dell'amministrazione hanno ripetutamente sottolineato che tutte le opzioni sono sul tavolo, anche se chiedono di concedere alle sanzioni il tempo per lavorare. Nel suo discorso domenicale all'AIPAC, Obama ha affermato che "si parla troppo di guerra", sostenendo che "ora non è il momento di fare spaccone".


Obama spinge Netanyahu a resistere agli scioperi contro l'Iran

WASHINGTON - Con l'avvertimento israeliano di un possibile attacco militare agli impianti nucleari iraniani, lunedì il presidente Obama ha esortato il primo ministro Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca a dare alla diplomazia e alle sanzioni economiche una possibilità di lavorare prima di ricorrere all'azione militare.

L'incontro, tenutosi in un'atmosfera carica di politica dell'anno elettorale e di un confronto approfondito con Teheran, è stato comunque "amichevole, diretto e serio", ha detto un funzionario della Casa Bianca. Ma non ha risolto le differenze fondamentali tra i due leader su come affrontare la minaccia iraniana.

Il signor Netanyahu, ha detto il funzionario, ha ribadito che Israele non ha preso una decisione sull'attacco all'Iran, ma ha espresso profondo scetticismo sul fatto che la pressione internazionale possa persuadere i leader iraniani ad abbandonare lo sviluppo di armi nucleari. Netanyahu, secondo il funzionario, ha sostenuto che l'Occidente non dovrebbe riaprire i colloqui con l'Iran fino a quando non avrà accettato una sospensione verificabile delle sue attività di arricchimento dell'uranio, una condizione che, secondo la Casa Bianca, condannerà i colloqui prima che inizino.

Parlando più tardi lunedì a un influente gruppo di pressione filo-israeliano, l'American Israel Public Affairs Committee, Netanyahu ha detto: “Abbiamo aspettato che la diplomazia funzionasse, abbiamo aspettato che le sanzioni funzionassero, nessuno di noi può permettersi di aspettare ancora a lungo. "

Mr. Obama, ha detto il funzionario, aveva sostenuto durante la riunione dello Studio Ovale che le imminenti sanzioni petrolifere dell'Unione Europea e l'inserimento nella lista nera della banca centrale iraniana potrebbero ancora costringere Teheran a tornare al tavolo delle trattative, non necessariamente eliminando la minaccia nucleare ma ritardando il calendario per lo sviluppo di un'arma.

"Crediamo che ci sia ancora una finestra che consente una soluzione diplomatica a questo problema", ha detto il presidente mentre Netanyahu si è seduto accanto a lui prima dell'inizio delle loro tre ore di colloqui.

Immagine

Entrambi i leader hanno accettato di cercare di reprimere l'acceso dibattito sull'Iran nei loro paesi, hanno detto i funzionari. Mr. Obama ha detto che il discorso sulla guerra stava facendo salire i prezzi del petrolio e minando l'effetto delle sanzioni sull'Iran. Netanyahu ha espresso frustrazione per il fatto che le dichiarazioni dei funzionari americani sugli effetti negativi dell'azione militare possano inviare un messaggio di debolezza a Teheran.

Tuttavia, mantenere un tono misurato può essere difficile. Alla conferenza Aipac in corso a Washington, i relatori hanno lanciato ferventi appelli per un'azione più dura nei confronti dell'Iran.

Il leader della minoranza al Senato, Mitch McConnell, ha usato il suo discorso per definire le condizioni in base alle quali avrebbe presentato un disegno di legge al Senato che autorizzasse l'uso della forza militare contro l'Iran. "Ora abbiamo raggiunto il punto in cui le politiche dell'attuale amministrazione, per quanto ben intenzionate, semplicemente non sono sufficienti", ha affermato il repubblicano del Kentucky. Un funzionario dell'Aipac ha notato che questa idea è nata con il signor McConnell, non con l'Aipac.

Quando Obama ha parlato al gruppo domenica, ha articolato molti temi che lui e Netanyahu hanno discusso il giorno seguente nel loro incontro. Nonostante la loro relazione a volte aspra sul processo di pace in Medio Oriente, i funzionari israeliani e americani hanno affermato che i due leader erano in sintonia sulla necessità di impedire all'Iran di unirsi ai ranghi degli stati nucleari.

"La mia politica qui non sarà quella del contenimento", ha detto Obama prima della riunione di lunedì. "La mia politica è impedire che l'Iran ottenga armi nucleari". Ha aggiunto: "Quando dico che tutte le opzioni sono sul tavolo, lo dico sul serio".

Il signor Netanyahu, osservando che i leader iraniani diffamano gli Stati Uniti come il "Grande Satana" e Israele come il "Piccolo Satana", ha affermato che non c'è differenza tra i due paesi. "Noi siamo te e tu sei noi", ha detto. "Siamo insieme."

Il primo ministro ha ringraziato Obama per aver affermato, nel suo discorso di domenica, che "quando si tratta di sicurezza, Israele ha il diritto, il diritto sovrano di prendere le proprie decisioni".

Un funzionario americano ha affermato che il presidente stava cercando di evitare la percezione che stesse facendo pubblicamente pressioni sul leader israeliano, sebbene i sostenitori di Israele lo interpretassero come un segnale che gli Stati Uniti riconoscessero il diritto di Israele di prendere la propria decisione sull'azione militare. Non è chiaro se Israele possa, infatti, effettuare un attacco efficace contro l'Iran senza il sostegno americano.

"La mia responsabilità suprema come primo ministro di Israele è garantire che Israele rimanga padrone del suo destino", ha detto Netanyahu.

Funzionari israeliani si sono detti gratificati dall'esplicito riferimento del presidente alla forza militare come opzione, dal suo rifiuto di una politica di contenimento e dalla sua riaffermazione del diritto di Israele di prendere decisioni sulla sua sicurezza nazionale.

Tuttavia, sotto il quadro della solidarietà spalla a spalla, le differenze nelle loro opinioni erano in mostra nelle loro dichiarazioni prima dell'incontro. Netanyahu non ha detto nulla sulla diplomazia e sulle sanzioni che Obama ha sostenuto. E mentre il presidente ha ripetuto il suo voto che "tutte le opzioni sono sul tavolo" per fermare la ricerca di un'arma da parte dell'Iran, non ha menzionato esplicitamente la forza militare, come aveva fatto domenica.

Né il presidente ha accolto un'altra fondamentale richiesta israeliana: che l'azione militare avvenga prima che l'Iran acquisisca la capacità di fabbricare una bomba, anziché prima che ne costruisca effettivamente una. I due uomini non hanno colmato il divario su questo tema, ha detto il funzionario, anche se ha aggiunto che Netanyahu non ha fatto pressioni su Obama.

Netanyahu inoltre non ha spinto Obama a stabilire "linee rosse" o condizioni più nette, che avrebbero indotto l'azione americana, come si diceva la scorsa settimana, hanno detto funzionari israeliani e americani.

In effetti, nel suo discorso all'Aipac, Netanyahu non ha parlato di impedire all'Iran di acquisire capacità di armi nucleari, ma solo di un'arma nucleare stessa. "Per il bene della nostra prosperità, per il bene della sicurezza, per il bene dei nostri figli, all'Iran non deve essere permesso di acquisire armi nucleari", ha affermato.

Come ha fatto in discorsi precedenti, Netanyahu si è soffermato sulla minaccia rappresentata da un Iran dotato di armi nucleari. Teheran, ha detto, è stato il principale sponsor mondiale del terrorismo, cercando nell'ultimo anno di uccidere l'ambasciatore saudita a Washington. L'Iran, ha detto, ha complottato per distruggere lo stato di Israele "ogni giorno, ogni giorno, senza sosta".

I funzionari israeliani sembravano più gratificati dall'esplicito rifiuto di Obama di seguire una politica di contenimento di un Iran dotato di armi nucleari. Il presidente ha affermato che l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran innescherà una corsa agli armamenti in Medio Oriente, solleverà lo spettro delle armi nucleari che cadono nelle mani dei terroristi e consentirà all'Iran di comportarsi impunemente nella regione.

L'atmosfera nello Studio Ovale era cupa e professionale, come di solito accade negli incontri tra Mr. Obama e Mr. Netanyahu. Ma la chimica era migliore di quanto non fosse stata negli incontri precedenti, hanno detto i funzionari.

Nel loro ultimo incontro nello Studio Ovale, nel maggio 2011, il signor Netanyahu ha respinto sommariamente una proposta del presidente per far rivivere i moribondi negoziati di pace tra israeliani e palestinesi. Con un Mr. Obama dalla faccia di pietra seduto accanto a lui, Netanyahu ha detto che Israele non perseguirà una “pace basata sulle illusioni”.


Obama e Netanyahu si incontrano: rapporti e differenze immutati

Lunedì il presidente Barack Obama ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di concedere più tempo alle sanzioni contro l'Iran per costringerlo alla sottomissione, fino a quando non annuncia – come riferito, come ha appena fatto la Corea del Nord – che fermerà i suoi piani nucleari in cambio di cibo. Ma Netanyahu non ha dato alcun segno di voler togliere dal tavolo un attacco militare contro gli impianti nucleari iraniani.

È una cosa rara in incontri di così alto livello che così tanto sforzo ed energia vengano spesi solo per produrre una posizione che sia una replica esatta dello stare di entrambe le parti prima del clamore.

A meno che il trambusto stesso non fosse lo scopo di questo incontro di alto livello.

Prendete, per esempio, l'assenza di accesi disaccordi, prima o dopo l'incontro. Lo stesso abisso che ieri separava i due uomini era ancora lì, ma nessuno dei due leader sembrava particolarmente turbato per quella che avrebbe dovuto essere una discussione sulla vita o sulla morte per entrambi. A nuclear Iran would surely be capable of delivering a stunning blow to Israel, God forbid, but it would also be able to seriously damage US interests, in the Middle East and elsewhere. Imagine the reaction of the Saudi Royal house to its loathsome Shi’ite neighbor, already an existential threat to the region’s oil producers, wielding a nuclear device. It is the stuff of American nightmares, too.

Unless the meeting today was not about Iran’s threat but about the stability of Netanyahu’s coalition government and Obama’s chances at the polls in November.

I spoke to an official of one of the right-wing factions in the Knesset who told me that all day long Leftist officials had been grabbing him by the collar and reading him the Democrats’ talking points: Obama protected Israel in the UN and in Durban Obama is paying for Israel’s anti-missile project, and so on.

“I told them: can you imagine if he didn’t?” the official said. “How could he even think of getting re-elected if, say, the US didn’t reject the Goldstone report?”

In that vein, neither leader likes the other very much, and at least one has been caught saying as much in public. But today, more than ever, they need each other.

Both leaders have economic issues and social protests to deal with, and whether the answer is subjective, objective or politically prejudiced, both leaders stand a chance of failing the Ronald Reagan ultimate election question to the voter: Are you better off today than you were four years ago?

And so engaging Iran in an ongoing verbal duel would work well for both Obama and Netanyahu.

Strangely, the same duel appears to still be serving well their foe, Iranian President Mahmoud Ahmadinejad.

Mind you, this does not mean that the Iranian nuclear threat is not real. It only means that we who do not have access to secret intelligence (and I suspect even those who do) have no concrete idea about Iran’s progress in building a nuclear device, because Iran has been barring any and all inspection from those facilities. Ahmadinejad has played a brilliant game of Three Card Monte, and even seems to be having oodles of fun with it. Here you see it, here you don’t, we may have the bomb, we may not, who knows.

Obama sought to assure Netanyahu that the United States was keeping the military option against Iran open, and “has Israel’s back,” and at the same time urged Israel to wait patiently for the sanctions and, possibly, diplomacy, to do their job.

Netanyahu, for his part, concentrated on Israel’s undeniable right to defend itself against Iran, and reiterated that Israel sees Iran’s nuclear program as a threat to its existence.

The problem is, both leaders had held precisely the same positions before and after their meeting. So why meet?

Plausibly in order to meet. The show’s the thing.

Let’s face it, Israel is hesitant about striking Iran in the near future. It may not be able to do so overwhelmingly without the superior US air power. And the US cannot permit Iran to continue brandishing its nuclear swords, because it’s bad for business everywhere. Because it could end with a barrel of oil selling at $200, and this would surely mean a Mormon president in the White House come January.

There are only three directions this plot can go in the next six months, and all three are perfectly plausible:

Iran may capitulate under world pressure.

Israel may decide it can’t wait any longer and strike on its own.

The US and Israel may decide it’s time to take out Iran.

We knew all that on Sunday. We know nothing more today.

While no one in the West can say with certainty how real is Iran’s nuclear threat, they all appear to be ignoring a different threat which is frighteningly real and no one doubts that some day, God forbid, it would be in play.


Netanyahu, Obama Meet, Seem To Keep True Feelings Close To The Chest

WASHINGTON (CBSNewYork) — President Barack Obama and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu had their long-awaited Oval Office face-off on Monday.

They may not agree on much, but one thing that Netanyahu told President Obama had a certain ring of truth: Israel and the United States are both enemies of Iran.

&ldquoIran’s leaders know that, too. For them you’re the great Satan. We’re the little Satan. For them we are you and we are us,&rdquo Netanyahu said.

President Obama didn’t acknowledge that, preferring instead to send a message to Iran and Jewish voters here at home about America’s commitment to Israel.

&ldquoOur commitment to the security of Israel is rock solid,&rdquo Obama said.

Commitment or not, Israel’s assessment of Iran’s nuclear capabilities are more pessimistic than the president’s. The Israelis say the time for military intervention is months away. The U.S. appears to think differently.

&ldquoWe do believe that there is still a window that allows for a diplomatic resolution of the issue,&rdquo Obama said.

The purpose of the meeting was for the United States to try to stop Israel from a premature bombing mission of Iran’s nuclear facilities. Israel wants to try to pressure the United States into drawing clear lines in the sand about what will provoke an American military attack.

But Netanyahu held out the possibility of going it alone.

&ldquoMy supreme responsibility as prime minister of Israel is to ensure Israel remains the master of its fate,&rdquo Netanyahu said.

The one sure thing is that there are a lot of things that both sides won’t talk about publicly.

Please offer your thoughts in the comments section below …


Netanyahu on Iran: 'None of us can afford to wait much longer'

Binyamin Netanyahu, the Israeli prime minister, invoked the spectre of Auschwitz as he chided those who question whether Iran is in pursuit of a nuclear weapon and warned that "none of us can afford to wait much longer" to act against Tehran.

In an address to the powerful pro-Israel lobby in Washington, Netanyahu derided the effectiveness of sanctions hours after a meeting with Barack Obama at which the US president appealed for time for diplomacy to pressure Iran to open up its nuclear programme to inspection.

At the strained White House meeting, the Israeli prime minister responded to Obama's demand for an end to "loose talk of war" and bluster over Iran by reiterating the Jewish state's "right to defend itself".

Speaking to the American Israel Public Affairs Committee (Aipac) hours later, Netanyahu questioned the premise of US policy that Iran has not yet made the decision to develop a nuclear weapon.

"Amazingly, some people refuse to acknowledge that Iran's goal is to develop nuclear weapons. You see, Iran claims that it's enriching uranium to develop medical research. Yeah, right," he said. "If it looks like a duck, walks like a duck, and quacks like a duck, then what is it? That's right, it's a duck. But this duck is a nuclear duck and it's time the world started calling a duck a duck.

"Fortunately, President Obama and most world leaders understand that the idea that Iran's goal is not to develop nuclear weapons is ridiculous."

In fact, Obama has consistently said that US intelligence does not show Iran is working towards a nuclear bomb or has decided to do so. Washington believes that even if Iran decides to develop a nuclear weapon, it is at least a year away from being able to do so.

At the White House meeting, the US president again urged that sanctions be given time to work. Netanyahu was dismissive in his speech to Aipac.

"For the last decade, the international community has tried diplomacy. It hasn't worked. For six years, the international community has applied sanctions. That hasn't worked either. I appreciate President Obama's recent efforts to impose even tougher sanctions against Iran. Those sanctions are hurting Iran's economy. But unfortunately, Iran's nuclear march goes on," he said.

"Israel has waited patiently for the international community to resolve this issue. We've waited for diplomacy to work. We've waited for sanctions to work. None of us can afford to wait much longer."

Netanyahu arrived in Washington planning to press Obama to commit to military action against Iran if it crosses specified "red lines" in development of its nuclear programme or fails to meet demands to dismantle its underground nuclear facility in Qom and to halt uranium enrichment.

US officials say the president did not want to make any such commitment, even though he says the military option remains on the table, out of concern that it will be seen as implicitly endorsing an Israeli attack if the demands are not met.

It's not known if Netanyahu pressed the case at his one-on-one session with Obama and the Israeli prime minister told Aipac he wasn't going to discuss it in public.

"I'm not going to talk to you about what Israel will do or will not do. I never talk about that," he said.

In his own speech to Aipac on Sunday, Obama demanded an end to the "loose talk of war" and "bluster" against Iran - a clear reference to the noise out of Netanyahu's government. At the same time the US president repeated his reassurance that he "has Israel's back".

At the White House meeting, Obama spoke of the "difficult months" ahead.

"It is profoundly in the United States' interest as well to prevent Iran from obtaining a nuclear weapon," he said. "That's why we have worked so diligently to set up the most crippling sanctions ever with respect to Iran. We do believe that there is still a window that allows for a diplomatic resolution to this issue, but ultimately the Iranians' regime has to make a decision to move in that direction, a decision that they have not made thus far.

"My policy is prevention of Iran obtaining nuclear weapons. When I say all options are at the table, I mean it. Having said that, I know that both the prime minister and I prefer to resolve this diplomatically. We understand the costs of any military action."

But Netanyahu told Aipac: "There's been plenty of talk recently about the costs of stopping Iran. I think it's time to talk about the costs of not stopping Iran."

The Israeli prime minister invoked the Holocaust in saying he would not allow Israelis to "live under the shadow of annihilation". He said he had in his desk a copy of a letter from the World Jewish Congress asking the US war department to bomb the Auschwitz death camp in 1944.

Netanyahu said that in their reply the Americans said that such an operation would require them to divert too many aircraft from other missions and it probably wouldn't succeed.

"And here's the most remarkable sentence of all, and I quote: 'Such an effort might provoke even more vindictive action by the Germans'. Think about that – 'even more vindictive action' - than the Holocaust," he said. "Today we have a state of our own. The purpose of the Jewish state is to secure the Jewish future. That is why Israel must always have the ability to defend itself, by itself, against any threat. We deeply appreciate the great alliance between our two countries. But when it comes to Israel's survival, we must always remain the masters of our fate."

Netanyahu - who tellingly made no mention of the conflict with the Palestinians, exposing how it has been sidelined by the whipping up of the Iran crisis - was talking to a sympathetic audience of 13,000 Aipac members who loudly cheered and clapped the Israeli leader. But he was also addressing a powerful one.

More than half the members of the US Congress were in attendance, a reflection of Aipac's influence on Capitol Hill where it has been a driving force in pressing for stronger sanctions legislation against Iran and upping the rhetoric.

The Republican leader in the Senate, Mitch McConnell, addressed the conference shortly before Netanyahu and backed the Israeli wish to see Obama make an explicit threat of military action against Iran if red lines are crossed, although he did not mention Netanyahu's demands for the dismantling of existing nuclear facilities.

McConnell blamed Obama's attempts to engage with the Iranian leadership when he first came to power for allowing Tehran time to develop its nuclear programme, describing the approach as a "critical flaw" in policy.

He said that Obama is now relying too heavily on sanctions and called for a "clear declarative policy of what we will do and why".

"This is the policy I recommend: If Iran at any time begins to enrich uranium to weapons grade levels or decides to go forward with a weapons programme, then the United States would use overwhelming force to end that programme," McConnell said to loud cheers and applause and whistles.

"All that's been lacking until now is a clear declarative policy, and if the administration's reluctant for some reason to articulate it then Congress will attempt to do it for them."


Remarks by President Obama and Prime Minister Netanyahu of Israel

PRESIDENT OBAMA: Well, I want to welcome Prime Minister Netanyahu and the entire Israeli delegation back to the White House, back to the Oval Office.

This visit obviously comes at a critical time. We are seeing incredible changes that are taking place in the Middle East and in North Africa. We have seen the terrible bloodshed that's going on in Syria, the democratic transition that's taking place in Egypt. And in the midst of this, we have an island of democracy and one of our greatest allies in Israel.

As I've said repeatedly, the bond between our two countries is unbreakable. My personal commitment -- a commitment that is consistent with the history of other occupants of this Oval Office -- our commitment to the security of Israel is rock solid. And as I've said to the Prime Minister in every single one of our meetings, the United States will always have Israel's back when it comes to Israel's security. This is a bond that is based not only on our mutual security interests and economic interests, but is also based on common values and the incredible people-to-people contacts that we have between our two countries.

During the course of this meeting, we'll talk about the regional issues that are taking place, and I look forward to the Prime Minister sharing with me his ideas about how we can increase the prospects of peace and security in the region. We will discuss the issues that continue to be a focus of not only our foreign policy but also the Prime Minister's -- how we can, potentially, bring about a calmer set of discussions between the Israelis and the Palestinians and arrive at a peaceful resolution to that longstanding conflict. It is a very difficult thing to do in light of the context right now, but I know that the Prime Minister remains committed to trying to achieve that.

And obviously a large topic of conversation will be Iran, which I devoted a lot of time to in my speech to AIPAC yesterday, and I know that the Prime Minister has been focused on for a long period of time. Let me just reiterate a couple of points on that.

Number one, we all know that it's unacceptable from Israel's perspective to have a country with a nuclear weapon that has called for the destruction of Israel. But as I emphasized yesterday, it is profoundly in the United States' interest as well to prevent Iran from obtaining a nuclear weapon. We do not want to see a nuclear arms race in one of the most volatile regions in the world. We do not want the possibility of a nuclear weapon falling into the hands of terrorists. And we do not want a regime that has been a state sponsor of terrorism being able to feel that it can act even more aggressively or with impunity as a consequence of its nuclear power.

That's why we have worked so diligently to set up the most crippling sanctions ever with respect to Iran. We do believe that there is still a window that allows for a diplomatic resolution to this issue, but ultimately the Iranians' regime has to make a decision to move in that direction, a decision that they have not made thus far.

And as I emphasized, even as we will continue on the diplomatic front, we will continue to tighten pressure when it comes to sanctions, I reserve all options, and my policy here is not going to be one of containment. My policy is prevention of Iran obtaining nuclear weapons. And as I indicated yesterday in my speech, when I say all options are at the table, I mean it.

Having said that, I know that both the Prime Minister and I prefer to resolve this diplomatically. We understand the costs of any military action. And I want to assure both the American people and the Israeli people that we are in constant and close consultation. I think the levels of coordination and consultation between our militaries and our intelligence not just on this issue but on a broad range of issues has been unprecedented. And I intend to make sure that that continues during what will be a series of difficult months, I suspect, in 2012.

So, Prime Minister, we welcome you and we appreciate very much the friendship of the Israeli people. You can count on that friendship always being reciprocated from the United States.

PRIME MINISTER NETANYAHU: Thank you.

PRESIDENT OBAMA: Thank you.

PRIME MINISTER NETANYAHU: Mr. President, thank you for those kind words. And thank you, too, for that strong speech yesterday. And I want to thank you also for the warm hospitality that you've shown me and my delegation.

The alliance between our two countries is deeply appreciated by me and by everyone in Israel. And I think that, as you said, when Americans look around the Middle East today, they see one reliable, stable, faithful ally of the United States, and that's the democracy of Israel.

Americans know that Israel and the United States share common values, that we defend common interests, that we face common enemies. Iran's leaders know that, too. For them, you're the Great Satan, we're the Little Satan. For them, we are you and you're us. And you know something, Mr. President -- at least on this last point, I think they're right. We are you, and you are us. We're together. So if there's one thing that stands out clearly in the Middle East today, it's that Israel and America stand together.

I think that above and beyond that are two principles, longstanding principles of American policy that you reiterated yesterday in your speech -- that Israel must have the ability always to defend itself by itself against any threat and that when it comes to Israel's security, Israel has the right, the sovereign right to make its own decisions. I believe that's why you appreciate, Mr. President, that Israel must reserve the right to defend itself.

And after all, that's the very purpose of the Jewish state -- to restore to the Jewish people control over our destiny. And that's why my supreme responsibility as Prime Minister of Israel is to ensure that Israel remains the master of its fate.

So I thank you very much, Mr. President, for your friendship, and I look forward to our discussions. Thank you, Mr. President.


Remarks by the President at AIPAC Policy Conference

THE PRESIDENT: Thank you. Well, good morning, everyone.

Rosy, thank you for your kind words. I have never seen Rosy on the basketball court. I'll bet it would be a treat. (Laughter.) Rosy, you've been a dear friend of mine for a long time and a tireless advocate for the unbreakable bonds between Israel and the United States. And as you complete your term as President, I salute your leadership and your commitment. (Applausi.)

I want to thank the board of directors. As always, I&rsquom glad to see my long-time friends in the Chicago delegation. (Applause.) I also want to thank the members of Congress who are with us here today, and who will be speaking to you over the next few days. You've worked hard to maintain the partnership between the United States and Israel. And I especially want to thank my close friend, and leader of the Democratic National Committee, Debbie Wasserman Schultz. (Applausi.)

I&rsquom glad that my outstanding young Ambassador to Israel, Dan Shapiro, is in the house. (Applause.) I understand that Dan is perfecting his Hebrew on his new assignment, and I appreciate his constant outreach to the Israeli people. And I&rsquom also pleased that we&rsquore joined by so many Israeli officials, including Ambassador Michael Oren. (Applause.) And tomorrow, I&rsquom very much looking forward to welcoming Prime Minister Netanyahu and his delegation back to the White House. (Applausi.)

Every time I come to AIPAC, I&rsquom especially impressed to see so many young people here. (Applause.) You don't yet get the front seats -- I understand. (Laughter.) You have to earn that. But students from all over the country who are making their voices heard and engaging deeply in our democratic debate. You carry with you an extraordinary legacy of more than six decades of friendship between the United States and Israel. And you have the opportunity -- and the responsibility -- to make your own mark on the world. And for inspiration, you can look to the man who preceded me on this stage, who's being honored at this conference -- my friend, President Shimon Peres. (Applausi.)

Shimon was born a world away from here, in a shtetlin what was then Poland, a few years after the end of the first world war. But his heart was always in Israel, the historic homeland of the Jewish people. (Applause.) And when he was just a boy he made his journey across land and sea -- toward home.

In his life, he has fought for Israel&rsquos independence, and he has fought for peace and security. As a member of the Haganah and a member of the Knesset, as a Minister of Defense and Foreign Affairs, as a Prime Minister and as President -- Shimon helped build the nation that thrives today: the Jewish state of Israel. (Applause.) But beyond these extraordinary achievements, he has also been a powerful moral voice that reminds us that right makes might -- not the other way around. (Applausi.)

Shimon once described the story of the Jewish people by saying it proved that, &ldquoslings, arrows and gas chambers can annihilate man, but cannot destroy human values, dignity, and freedom.&rdquo And he has lived those values. (Applause.) He has taught us to ask more of ourselves, and to empathize more with our fellow human beings. I am grateful for his life&rsquos work and his moral example. And I'm proud to announce that later this spring, I will invite Shimon Peres to the White House to present him with America&rsquos highest civilian honor -- the Presidential Medal of Freedom. (Applausi.)

In many ways, this award is a symbol of the broader ties that bind our nations. The United States and Israel share interests, but we also share those human values that Shimon spoke about: A commitment to human dignity. A belief that freedom is a right that is given to all of God&rsquos children. An experience that shows us that democracy is the one and only form of government that can truly respond to the aspirations of citizens.

America&rsquos Founding Fathers understood this truth, just as Israel&rsquos founding generation did. President Truman put it well, describing his decision to formally recognize Israel only minutes after it declared independence. He said, "I had faith in Israel before it was established. I believe it has a glorious future before it -- as not just another sovereign nation, but as an embodiment of the great ideals of our civilization."

For over six decades, the American people have kept that faith. Yes, we are bound to Israel because of the interests that we share -- in security for our communities, prosperity for our people, the new frontiers of science that can light the world. But ultimately it is our common ideals that provide the true foundation for our relationship. That is why America&rsquos commitment to Israel has endured under Democratic and Republican Presidents, and congressional leaders of both parties. (Applause.) In the United States, our support for Israel is bipartisan, and that is how it should stay. (Applausi.)

AIPAC&rsquos work continually nurtures this bond. And because of AIPAC&rsquos effectiveness in carrying out its mission, you can expect that over the next several days, you will hear many fine words from elected officials describing their commitment to the U.S.-Israel relationship. But as you examine my commitment, you don&rsquot just have to count on my words. You can look at my deeds. Because over the last three years, as President of the United States, I have kept my commitments to the state of Israel. At every crucial juncture -- at every fork in the road -- we have been there for Israel. Ogni singola volta. (Applausi.)

Four years ago, I stood before you and said that, "Israel&rsquos security is sacrosanct. It is non-negotiable." That belief has guided my actions as President. The fact is, my administration&rsquos commitment to Israel&rsquos security has been unprecedented. Our military and intelligence cooperation has never been closer. (Applause.) Our joint exercises and training have never been more robust. Despite a tough budget environment, our security assistance has increased every single year. (Applause.) We are investing in new capabilities. We&rsquore providing Israel with more advanced technology -- the types of products and systems that only go to our closest friends and allies. And make no mistake: We will do what it takes to preserve Israel&rsquos qualitative military edge -- because Israel must always have the ability to defend itself, by itself, against any threat. (Applausi.)

This isn&rsquot just about numbers on a balance sheet. As a senator, I spoke to Israeli troops on the Lebanese border. I visited with families who&rsquove known the terror of rocket fire in Sderot. And that&rsquos why, as President, I have provided critical funding to deploy the Iron Dome system that has intercepted rockets that might have hit homes and hospitals and schools in that town and in others. (Applause.) Now our assistance is expanding Israel&rsquos defensive capabilities, so that more Israelis can live free from the fear of rockets and ballistic missiles. Because no family, no citizen, should live in fear.

And just as we&rsquove been there with our security assistance, we've been there through our diplomacy. When the Goldstone report unfairly singled out Israel for criticism, we challenged it. (Applause.) When Israel was isolated in the aftermath of the flotilla incident, we supported them. (Applause.) When the Durban conference was commemorated, we boycotted it, and we will always reject the notion that Zionism is racism. (Applausi.)

When one-sided resolutions are brought up at the Human Rights Council, we oppose them. When Israeli diplomats feared for their lives in Cairo, we intervened to save them. (Applause.) When there are efforts to boycott or divest from Israel, we will stand against them. (Applause.) And whenever an effort is made to de-legitimize the state of Israel, my administration has opposed them. (Applause.) So there should not be a shred of doubt by now -- when the chips are down, I have Israel&rsquos back. (Applausi.)

Which is why, if during this political season -- (laughter) -- you hear some questions regarding my administration&rsquos support for Israel, remember that it&rsquos not backed up by the facts. And remember that the U.S.-Israel relationship is simply too important to be distorted by partisan politics. America&rsquos national security is too important. Israel&rsquos security is too important. (Applausi.)

Of course, there are those who question not my security and diplomatic commitments, but rather my administration&rsquos ongoing pursuit of peace between Israelis and Palestinians. So let me say this: I make no apologies for pursuing peace. Israel&rsquos own leaders understand the necessity of peace. Prime Minister Netanyahu, Defense Minister Barak, President Peres -- each of them have called for two states, a secure Israel that lives side by side with an independent Palestinian state. I believe that peace is profoundly in Israel&rsquos security interest. (Applausi.)

The reality that Israel faces -- from shifting demographics, to emerging technologies, to an extremely difficult international environment -- demands a resolution of this issue. And I believe that peace with the Palestinians is consistent with Israel&rsquos founding values -- because of our shared belief in self-determination, and because Israel&rsquos place as a Jewish and democratic state must be protected. (Applausi.)

Of course, peace is hard to achieve. There&rsquos a reason why it's remained elusive for six decades. The upheaval and uncertainty in Israel&rsquos neighborhood makes it that much harder -- from the horrific violence raging in Syria, to the transition in Egypt. And the division within the Palestinian leadership makes it harder still -- most notably, with Hamas&rsquos continued rejection of Israel&rsquos very right to exist.

But as hard as it may be, we should not, and cannot, give in to cynicism or despair. The changes taking place in the region make peace more important, not less. And I've made it clear that there will be no lasting peace unless Israel&rsquos security concerns are met. (Applause.) That's why we continue to press Arab leaders to reach out to Israel, and will continue to support the peace treaty with Egypt. That&rsquos why -- just as we encourage Israel to be resolute in the pursuit of peace -- we have continued to insist that any Palestinian partner must recognize Israel&rsquos right to exist, and reject violence, and adhere to existing agreements. (Applause.) And that is why my administration has consistently rejected any efforts to short-cut negotiations or impose an agreement on the parties. (Applausi.)

As Rosy noted, last year, I stood before you and pledged that, "the United States will stand up against efforts to single Israel out at the United Nations." As you know, that pledge has been kept. (Applause.) Last September, I stood before the United Nations General Assembly and reaffirmed that any lasting peace must acknowledge the fundamental legitimacy of Israel and its security concerns. I said that America&rsquos commitment to Israel&rsquos security is unshakeable, our friendship with Israel is enduring, and that Israel must be recognized. No American President has made such a clear statement about our support for Israel at the United Nations at such a difficult time. People usually give those speeches before audiences like this one -- not before the General Assembly. (Applausi.)

And I must say, there was not a lot of applause. (Laughter.) But it was the right thing to do. (Applause.) And as a result, today there is no doubt -- anywhere in the world -- that the United States will insist upon Israel&rsquos security and legitimacy. (Applause.) That will be true as we continue our efforts to pursue -- in the pursuit of peace. And that will be true when it comes to the issue that is such a focus for all of us today: Iran&rsquos nuclear program -- a threat that has the potential to bring together the worst rhetoric about Israel&rsquos destruction with the world&rsquos most dangerous weapons.

Let&rsquos begin with a basic truth that you all understand: No Israeli government can tolerate a nuclear weapon in the hands of a regime that denies the Holocaust, threatens to wipe Israel off the map, and sponsors terrorist groups committed to Israel&rsquos destruction. (Applause.) And so I understand the profound historical obligation that weighs on the shoulders of Bibi Netanyahu and Ehud Barak, and all of Israel&rsquos leaders.

A nuclear-armed Iran is completely counter to Israel&rsquos security interests. But it is also counter to the national security interests of the United States. (Applausi.)

Indeed, the entire world has an interest in preventing Iran from acquiring a nuclear weapon. A nuclear-armed Iran would thoroughly undermine the non-proliferation regime that we've done so much to build. There are risks that an Iranian nuclear weapon could fall into the hands of a terrorist organization. It is almost certain that others in the region would feel compelled to get their own nuclear weapon, triggering an arms race in one of the world's most volatile regions. It would embolden a regime that has brutalized its own people, and it would embolden Iran&rsquos proxies, who have carried out terrorist attacks from the Levant to southwest Asia.

And that is why, four years ago, I made a commitment to the American people, and said that we would use all elements of American power to pressure Iran and prevent it from acquiring a nuclear weapon. And that is what we have done. (Applausi.)

When I took office, the efforts to apply pressure on Iran were in tatters. Iran had gone from zero centrifuges spinning to thousands, without facing broad pushback from the world. In the region, Iran was ascendant -- increasingly popular, and extending its reach. In other words, the Iranian leadership was united and on the move, and the international community was divided about how to go forward.

And so from my very first months in office, we put forward a very clear choice to the Iranian regime: a path that would allow them to rejoin the community of nations if they meet their international obligations, or a path that leads to an escalating series of consequences if they don't. In fact, our policy of engagement -- quickly rebuffed by the Iranian regime -- allowed us to rally the international community as never before, to expose Iran&rsquos intransigence, and to apply pressure that goes far beyond anything that the United States could do on our own.

Because of our efforts, Iran is under greater pressure than ever before. Some of you will recall, people predicted that Russia and China wouldn&rsquot join us to move toward pressure. They did. And in 2010 the U.N. Security Council overwhelmingly supported a comprehensive sanctions effort. Few thought that sanctions could have an immediate bite on the Iranian regime. They have, slowing the Iranian nuclear program and virtually grinding the Iranian economy to a halt in 2011. Many questioned whether we could hold our coalition together as we moved against Iran&rsquos Central Bank and oil exports. But our friends in Europe and Asia and elsewhere are joining us. And in 2012, the Iranian government faces the prospect of even more crippling sanctions.

That is where we are today -- because of our work. Iran is isolated, its leadership divided and under pressure. And by the way, the Arab Spring has only increased these trends, as the hypocrisy of the Iranian regime is exposed, and its ally -- the Assad regime -- is crumbling.

Of course, so long as Iran fails to meet its obligations, this problem remains unresolved. The effective implementation of our policy is not enough -- we must accomplish our objective. (Applause.) And in that effort, I firmly believe that an opportunity still remains for diplomacy -- backed by pressure -- to succeed.

The United States and Israel both assess that Iran does not yet have a nuclear weapon, and we are exceedingly vigilant in monitoring their program. Now, the international community has a responsibility to use the time and space that exists. Sanctions are continuing to increase, and this July -- thanks to our diplomatic coordination -- a European ban on Iranian oil imports will take hold. (Applause.) Faced with these increasingly dire consequences, Iran&rsquos leaders still have the opportunity to make the right decision. They can choose a path that brings them back into the community of nations, or they can continue down a dead end.

And given their history, there are, of course, no guarantees that the Iranian regime will make the right choice. But both Israel and the United States have an interest in seeing this challenge resolved diplomatically. After all, the only way to truly solve this problem is for the Iranian government to make a decision to forsake nuclear weapons. That&rsquos what history tells us.

Moreover, as President and Commander-in-Chief, I have a deeply held preference for peace over war. (Applause.) I have sent men and women into harm&rsquos way. I've seen the consequences of those decisions in the eyes of those I meet who've come back gravely wounded, and the absence of those who don&rsquot make it home. Long after I leave this office, I will remember those moments as the most searing of my presidency. And for this reason, as part of my solemn obligation to the American people, I will only use force when the time and circumstances demand it. And I know that Israeli leaders also know all too well the costs and consequences of war, even as they recognize their obligation to defend their country.

We all prefer to resolve this issue diplomatically. Having said that, Iran&rsquos leaders should have no doubt about the resolve of the United States -- (applause) -- just as they should not doubt Israel&rsquos sovereign right to make its own decisions about what is required to meet its security needs. (Applausi.)

I have said that when it comes to preventing Iran from obtaining a nuclear weapon, I will take no options off the table, and I mean what I say. (Applause.) That includes all elements of American power: A political effort aimed at isolating Iran a diplomatic effort to sustain our coalition and ensure that the Iranian program is monitored an economic effort that imposes crippling sanctions and, yes, a military effort to be prepared for any contingency. (Applausi.)

Iran&rsquos leaders should understand that I do not have a policy of containment I have a policy to prevent Iran from obtaining a nuclear weapon. (Applause.) And as I have made clear time and again during the course of my presidency, I will not hesitate to use force when it is necessary to defend the United States and its interests. (Applausi.)

Moving forward, I would ask that we all remember the weightiness of these issues the stakes involved for Israel, for America, and for the world. Already, there is too much loose talk of war. Over the last few weeks, such talk has only benefited the Iranian government, by driving up the price of oil, which they depend on to fund their nuclear program. For the sake of Israel&rsquos security, America&rsquos security, and the peace and security of the world, now is not the time for bluster. Now is the time to let our increased pressure sink in, and to sustain the broad international coalition we have built. Now is the time to heed the timeless advice from Teddy Roosevelt: Speak softly carry a big stick. (Applause.) And as we do, rest assured that the Iranian government will know our resolve, and that our coordination with Israel will continue.

These are challenging times. But we've been through challenging times before, and the United States and Israel have come through them together. Because of our cooperation, citizens in both our countries have benefited from the bonds that bring us together. I'm proud to be one of those people. In the past, I've shared in this forum just why those bonds are so personal for me: the stories of a great uncle who helped liberate Buchenwald, to my memories of returning there with Elie Wiesel from sharing books with President Peres to sharing seders with my young staff in a tradition that started on the campaign trail and continues in the White House from the countless friends I know in this room to the concept of tikkun olam that has enriched and guided my life. (Applausi.)

As Harry Truman understood, Israel&rsquos story is one of hope. We may not agree on every single issue -- no two nations do, and our democracies contain a vibrant diversity of views. But we agree on the big things -- the things that matter. And together, we are working to build a better world -- one where our people can live free from fear one where peace is founded upon justice one where our children can know a future that is more hopeful than the present.

There is no shortage of speeches on the friendship between the United States and Israel. But I'm also mindful of the proverb, "A man is judged by his deeds, not his words." So if you want to know where my heart lies, look no further than what I have done -- to stand up for Israel to secure both of our countries and to see that the rough waters of our time lead to a peaceful and prosperous shore. (Applausi.)

Thank you very much, everybody. Dio vi benedica. God bless the people of Israel. God bless the United States of America. (Applausi.)