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Congresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale rispetto ad altri organi legislativi

Congresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale rispetto ad altri organi legislativi


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Come studente britannico di storia moderna di livello A, so che il parlamento britannico si è riunito in un governo nazionale, o una coalizione di tutte le parti durante la seconda guerra mondiale e, con l'eccezione di alcuni piccoli disaccordi, sono rimasti praticamente uniti fino alla resa della Germania in 1945.

So anche che il Reichstag tedesco era unito sotto i nazisti (sebbene un'unità forzata), inoltre sia il governo giapponese che quello sovietico erano uniti nel loro sostegno allo sforzo bellico.

Ciò supporta una premessa di base che queste nazioni hanno messo tutto il possibile per lo sforzo bellico, nella misura in cui l'ideologia e la filosofia erano irrilevanti nella maggior parte dei casi.

Tuttavia non conosco gli Stati Uniti in questo periodo. Sentiamo molto parlare della forte leadership di FDR e Truman, tuttavia raramente (in Gran Bretagna comunque) sentiamo qualcosa sul Congresso durante questo periodo.

I partiti erano uniti?

Sento dalla mia conoscenza del sistema statunitense, che le parti avrebbero continuato con la politica di parte e ignorato gran parte della guerra poiché stava accadendo troppo lontano perché molti di loro si preoccupassero, ma posso immaginare che alcuni comitati sarebbero stati coinvolti, (Forze Armate del Senato, Intelligence ecc.).

Durante la seconda guerra mondiale, il Congresso ha mostrato solidarietà al presidente?


Durante la seconda guerra mondiale, il Congresso ha mostrato solidarietà al presidente?

Non proprio. Mentre il Congresso ha mostrato solidarietà per quanto riguarda lo sforzo bellico (e questo ha richiesto un certo sforzo), la politica interna era molto contraria al presidente.

Le elezioni di metà mandato del 1942 furono le prime a tenersi dopo la dichiarazione di guerra. I Democratici hanno vinto a malapena quelle elezioni. I repubblicani ottennero 47 seggi alla Camera, 9 al Senato. A peggiorare le cose, quelle vittorie limitate includevano un certo numero di democratici del sud che erano democratici solo di nome.

Il Congresso ha annullato diversi progetti chiave del New Deal a seguito di queste elezioni. L'elenco dei progetti del New Deal cancellati include il Civilian Conservation Corps (terminato nel 1942), l'Amministrazione nazionale giovanile e l'amministrazione di avanzamento lavori (entrambi terminati nel 1943).


Per espandere (e correggere leggermente) David Hammen, il CCC e il WPA non sono stati chiusi a causa della politica di parte. Furono chiusi perché la disoccupazione era bassa a causa dell'industrializzazione dello sforzo bellico. Erano programmi progettati per combattere l'elevata disoccupazione e non erano più necessari.

Per quanto riguarda il Congresso, no. Dal 1938-41, il Congresso si oppose fortemente alla guerra. Gli americani pensavano che non fosse la nostra battaglia ed erano troppo ustionati dalla prima guerra mondiale e hanno molta cura di andare in Europa o in Asia. Quindi, i membri del Congresso volevano che l'America restasse fuori. Volevano che i loro elettori fossero felici. C'erano alcuni membri del Congresso che avevano combattuto nella prima guerra mondiale che pensavano che dovevamo andare, ma la maggioranza voleva restare fuori. Questo è il motivo per cui FDR aveva un accordo "cash and carry" e condivideva piloti e consiglieri militari americani con britannici e francesi in modo che potessero aiutare lo sforzo senza dover cercare di essere coinvolti.

Pearl Harbor ha cambiato le opinioni dell'America e ha radunato le persone a farsi coinvolgere. Così, per un po' all'inizio del 1942, il Congresso ha sostenuto lo sforzo. Poi, il medio termine è arrivato e i Democratici hanno perso seggi alle elezioni. I democratici erano ancora riluttanti a una dichiarazione di guerra completa, mentre i repubblicani la consideravano una necessità per la nostra difesa nazionale. Così il popolo (che nel '42 sostenne maggiormente la guerra) tendeva a schierarsi con i repubblicani.

Dopo il '42, i Democratici impararono dalle sconfitte a medio termine e si resero conto che assumere una posizione contro la guerra non li avrebbe aiutati a mantenere il controllo del loro seggio nelle elezioni del '44 o del '46.

Fonte interessante: dai un'occhiata alle piattaforme del partito in particolare dal 1940 e poi dal 1944. Puoi vedere il cambiamento nella piattaforma democratica da fermamente contro la guerra a moderato, a metà strada nel 1944. Piattaforme del partito UCSB dal 1840


Due corpi, un ramo

Firma della Costituzione Howard Chandler Christy, 1940 House Wing, scalinata est

Il Congresso è diviso in due istituzioni: la Camera dei Rappresentanti e il Senato. Le due Camere del Congresso hanno ruoli uguali ma unici nel governo federale. Mentre condividono le responsabilità legislative, ogni casa ha anche speciali doveri e poteri costituzionali.

Per bilanciare gli interessi di entrambi i piccoli e grandi stati, gli estensori della Costituzione hanno diviso il potere del Congresso tra le due camere. Ogni stato ha una voce uguale al Senato, mentre la rappresentanza nella Camera dei Rappresentanti si basa sulla dimensione della popolazione di ogni stato.

Il compromesso del Connecticut di Bradley Stevens Olio su tela, 2006 US Senate Collection

Conosciuto come il Grande (o Connecticut) Compromise, questo piano per la rappresentanza al Congresso fu introdotto dai delegati del Connecticut alla Convenzione costituzionale del 1787, Roger Sherman e Oliver Ellsworth.


Camera dei rappresentanti

Ci sono 435 rappresentanti totali alla Camera, ogni stato riceve un numero diverso di rappresentanti a seconda della sua popolazione. Ulteriori delegati senza diritto di voto rappresentano il Distretto di Columbia e i territori degli Stati Uniti, come Porto Rico, Guam e le Isole Vergini americane.

I membri della Camera dei Rappresentanti eleggono il loro leader, noto come Presidente della Camera. L'oratore è il terzo nella linea di successione alla presidenza, dopo il presidente e il vicepresidente.

La Camera dei Rappresentanti è considerata la camera del Congresso più vicina al popolo o più sensibile ai bisogni e all'opinione pubblica. Per garantire questa reattività, le persone eleggono i propri rappresentanti ogni due anni e tutti i membri della Camera possono essere rieletti contemporaneamente. I rappresentanti possono ricoprire un numero illimitato di mandati.

Secondo l'articolo I, sezione 2 della Costituzione, i rappresentanti eletti devono avere almeno 25 anni ed essere cittadini statunitensi da almeno sette anni. Devono anche vivere nello stato che rappresentano al Congresso.


Questo post fa parte di Miserie di fazione, un blog di scienze politiche indipendente con riflessioni sul sistema dei partiti.

Mischiefs of Faction ospita un simposio per celebrare il centenario di Jeannette Rankin, prima donna eletta alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. I nostri primo post fornisce uno schizzo biografico della carriera di Rankin, il secondo post mette in evidenza il ruolo sottovalutato dei gruppi di donne nel processo decisionale americano, il nostro terzo post spiega come le candidate possono suscitare interesse nelle campagne politiche e il nostro quarto post mette in evidenza i progressi che devono ancora venire.

Come indicato dal primo post di questa serie, la rappresentanza delle donne nel Congresso degli Stati Uniti è aumentata costantemente da quando Jeannette Rankin ha prestato giuramento nel 1917. Oggi, ci sono 104 donne membri del Congresso, tra cui 21 donne su 100 senatori e 83 su 435 rappresentanti . Ma come si confronta il 19,4% di donne del Congresso degli Stati Uniti con gli altri paesi del mondo?

Negli ultimi 20 anni, l'Unione interparlamentare ha monitorato il numero di donne nelle legislature di tutto il mondo, consentendoci di valutare i progressi compiuti dalle donne americane in una prospettiva comparativa. Quando l'IPU ha riportato per la prima volta i dati nel 1997, l'11,7% dei membri della Camera e il 9% dei senatori erano donne, rispetto a una media mondiale rispettivamente del 12% e del 10%. Pertanto, gli Stati Uniti sono stati tipici sulla scena globale e si sono classificati al 41° posto su 107 nazioni esaminate.

Vent'anni dopo, mentre il numero delle donne al Congresso è effettivamente aumentato, le cifre per le altre nazioni sono aumentate più rapidamente. Oggi il 19,4% degli Stati Uniti è quasi il 4% al di sotto della media mondiale del 23,3%. Tuttavia, questa media mondiale maschera una notevole variazione ed è abbattuta dalla presenza di un certo numero di paesi in via di sviluppo con meno del 5% di legislatori donne. (Ad esempio, c'è solo una donna tra i 26 membri del parlamento di Tonga.)

Se confrontiamo gli Stati Uniti con alcune altre regioni del mondo più simili alla nostra, emergono forti contrasti, come si vede nella figura sottostante. Nei paesi nordici, la parità di genere nella rappresentanza è stata quasi raggiunta Il 41,7 per cento dei legislatori oggi sono donne. Nel resto d'Europa, la cifra è del 24,9 per cento. Più vicino a casa, la legislatura media nelle Americhe è composta dal 28,2% di donne. Le legislature dell'Africa subsahariana contengono anche più rappresentanti femminili rispetto al Congresso degli Stati Uniti: 23,8 per cento. Gli Stati Uniti si collocano infatti al 100° posto sui 190 Paesi esaminati dall'IPU, dietro a Ruanda (61,3 per cento donne), Messico (42,6 per cento), Afghanistan (27,7 per cento) ed Emirati Arabi Uniti (20 per cento).

Il numero relativamente basso di donne al Congresso è sorprendente, dato che gli Stati Uniti ottengono punteggi relativamente buoni su altre misure del benessere delle donne, come l'indice di sviluppo di genere delle Nazioni Unite. Cosa spiega questa contraddizione? La ricerca comparativa indica che il principale fattore determinante della rappresentanza delle donne nelle legislature di tutto il mondo riguarda i modi in cui i candidati vengono selezionati per candidarsi e la struttura della scheda elettorale su cui compaiono.

A partire dagli anni '80, l'uso delle quote di genere per le cariche elettive si è diffuso in tutto il mondo, guidando l'aumento della rappresentanza politica delle donne (vedi figura 2). Le quote implicano la fissazione di percentuali o numeri per la rappresentanza politica di gruppi specifici, in questo caso donne e, a volte, uomini.

Le quote assumono varie forme, tra cui la creazione di seggi speciali riservati alle donne, leggi elettorali formali sul sesso dei candidati e impegni volontari assunti dai partiti politici. Ad esempio, in Uganda ci sono 112 seggi in parlamento riservati alle donne, quindi solo le candidate possono candidarsi per queste cariche. La sua legislatura nazionale ora contiene un terzo di donne e si colloca nel primo quartile mondiale.

Negli Stati Uniti, una tale quota di "posti riservati" esiste su base geografica: due seggi al Senato sono riservati per ogni stato e solo i candidati di un particolare stato possono candidarsi per il suo seggio al Senato. La parità di genere potrebbe essere facilmente raggiunta in Senato specificando ulteriormente che ogni stato potrebbe avere un senatore maschio e una femmina.

In alcuni paesi, la Costituzione o la legge elettorale obbligano i partiti a presentare liste di candidati a cariche elettive equilibrate per genere. In Spagna, ad esempio, a ciascun sesso è garantito un minimo del 40 percento delle candidature di un partito. I partiti che presentano un numero insufficiente di candidati di sesso femminile (o maschile) non potranno comparire nelle schede elettorali al momento delle elezioni. Questa quota ha effettivamente aumentato la rappresentanza delle donne spagnole al 39,1%.

La costituzione del Nepal contiene una disposizione simile sulle quote che richiede che un terzo dei candidati di un partito siano donne. In altri paesi, le quote non sono sancite dalla legge, ma sono invece promesse volontarie fatte dai partiti politici. È il caso della Germania, dove il parlamento ora contiene il 37 per cento di donne, e la cancelliera Angela Merkel ha riconosciuto il ruolo svolto dalla politica del "quorum" del suo partito nella sua ascesa politica.

Il caso tedesco offre ulteriori informazioni utili sulle ragioni dell'alto livello di sovrarappresentazione maschile negli Stati Uniti: il sistema elettorale utilizzato.

Molti paesi che impiegano quote di genere dispongono anche di sistemi elettorali a rappresentanza proporzionale. In contrasto con il sistema "winner take all" degli Stati Uniti, in cui viene eletta solo una persona alla volta, i sistemi elettorali delle pubbliche relazioni presentano distretti multi-membro con vincitori assegnati in base alla percentuale di voti che ciascun partito riceve. Poiché nel sistema delle pubbliche relazioni può esserci più di un vincitore alla volta, un partito può scegliere contemporaneamente sia un uomo che una donna per candidarsi alle elezioni.

Invece di essere costretti a selezionare un singolo candidato per il ballottaggio, i partiti nominano le graduatorie dei candidati e gli elettori scelgono la lista di partito di loro scelta durante le elezioni. Quindi i seggi nel distretto vengono assegnati a ciascun partito in base alla loro quota di voto.

Ad esempio, se lo stato di Washington utilizzasse le pubbliche relazioni per eleggere i suoi 10 membri della Camera dei rappresentanti, i democratici e i repubblicani selezionerebbero ciascuno 10 candidati da inserire nella scheda elettorale. Se i Democratici dovessero vincere il 60% dei voti espressi ei Repubblicani il 40%, i primi sei Democratici ei primi quattro Repubblicani nelle liste del partito sarebbero eletti al Congresso.

Le quote di genere possono essere facilmente combinate con un sistema elettorale PR perché i partiti si limitano a comporre liste elettorali in base alla quota. Ad esempio, nel partito Christian Democratic Union della Merkel, alle donne è garantito almeno un posto su tre nella lista elettorale del partito.

Il sistema del vincitore prende tutto degli Stati Uniti è più difficile da combinare con una quota in quanto esiste un solo vincitore per distretto elettorale, il che significa che le candidature non possono essere condivise da uomini e donne. Gli incumbent (solitamente maschi) vengono regolarmente selezionati per essere gli unici candidati di un partito.

L'impatto dei sistemi elettorali PR e vincitore prende tutto sulla rappresentanza politica delle donne può essere visto chiaramente in Germania, dove viene utilizzato un sistema elettorale duale. La metà dei seggi nel Bundestag sono eletti tramite collegi uninominali, come negli Stati Uniti, e non vengono utilizzate quote di genere. L'altra metà dei seggi nel Bundestag viene eletta utilizzando PR combinate con quote di genere volontarie del partito. Nelle elezioni tedesche del 2013, la percentuale di donne elette attraverso il livello PR era più del doppio rispetto al livello del vincitore prende tutto (vedi figura 3).

Ci sono, tuttavia, modi possibili per combinare politiche di azione affermativa con un sistema elettorale distrettuale uninominale. I partiti politici nel Regno Unito hanno praticato il "gemellaggio" dei distretti elettorali, abbinando due seggi sicuri e selezionando deliberatamente un candidato donna in uno e un candidato maschio in un altro. Quando i partiti adottarono questa pratica per la prima elezione del nuovo parlamento scozzese, furono elette più donne scozzesi di quante ne avessero mai conquistate i seggi scozzesi nel parlamento britannico nel corso della sua intera storia.

I partiti britannici hanno anche impiegato "liste di sole donne" in alcuni distretti, considerando solo potenziali candidate donne da nominare per un seggio aperto dal pensionamento di un titolare. L'uso di liste ristrette di sole donne da parte del partito laburista durante le elezioni britanniche del 1997 ha quasi raddoppiato il numero dei membri donne del Parlamento.

Questi passi deliberati dei partiti politici per aumentare il numero di donne in carica elettiva sono molto efficaci perché superano un altro ostacolo alla rappresentanza delle donne negli Stati Uniti: il sistema "imprenditoriale" di selezione dei candidati attraverso l'autocandidatura e le primarie. Gli studi sui potenziali candidati indicano che le donne americane hanno molte meno probabilità di considerarsi qualificate per candidarsi a una carica elettiva e meno interessate a farlo rispetto ai loro coetanei maschi. Le donne qualificate hanno quindi meno probabilità di candidarsi rispetto agli uomini e, come dimostrato sopra, hanno meno probabilità di essere trovate al Congresso.

In Germania, le donne qualificate hanno anche meno probabilità rispetto alle loro controparti maschili di dire di voler essere un politico o candidarsi a cariche elettive di alto livello, ma le quote di genere richiedono che i leader di partito riempiano comunque dal 30 al 50 percento delle loro liste di partito con donne candidati. Di conseguenza, le donne tedesche nei partiti con quote di parità vengono regolarmente invitate dai leader di partito a candidarsi per una carica elettiva, vengono forniti programmi di formazione per incoraggiare la loro fiducia e le loro capacità, e alla fine finiscono per candidarsi più spesso rispetto ai loro colleghi maschi.

In breve, le regole che regolano la selezione e l'elezione dei candidati fanno una grande differenza nelle possibilità delle donne di essere nominate e infine elette. Dai tempi di Jeannette Rankin, le donne americane sono andate lontano in politica, ma le donne altrove sono andate oltre, grazie a sistemi più equi di genere di selezione ed elezione dei rappresentanti. Di conseguenza, il Congresso degli Stati Uniti assomiglia meno all'America di quanto altre legislature democraticamente elette assomiglino ai cittadini che rappresentano.

Louise K. Davidson-Schmich è professore associato di scienze politiche all'Università di Miami e autrice di Quote di genere e partecipazione democratica: selezione dei candidati alle cariche elettive in Germania.

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Distretto della Colombia

Un'altra questione di crescente importanza per i membri neri del Congresso era la questione della rappresentanza e dell'autogoverno, o "regola interna", per la città di Washington, DC. Dalla sua creazione dopo il Residence Act del 1790, la capitale della nazione era stata amministrata da un mosaico di organi di governo: un sindaco nominato e un consiglio comunale eletto (sia un consiglio di assessori che un consiglio comune) per breve tempo, un governo territoriale nel 1871, quando il città è stata designata il "Distretto di Columbia", una commissione nominata dal presidente e comitati congressuali. Dopo il 1960, a causa della sua nuova popolazione a maggioranza nera, i dibattiti congressuali sulla rappresentanza e l'amministrazione del Distretto risuonarono all'interno della più ampia comunità afroamericana.

/tiles/non-collection/b/baic_cont_4_cbc_white_house_nara_306_PSE_81_1330.xml Immagine per gentile concessione della National Archives and Records Administration Durante gli otto anni in carica del presidente Ronald Reagan, ha incontrato una volta la CBC. Nella foto alla Casa Bianca il 3 febbraio 1981, la CBC ha cercato l'assistenza di Reagan su questioni interne.

Fauntroy ha sostenuto instancabilmente la "regola domestica" nel Distretto di Columbia. La CBC, cercando di aumentare l'indipendenza della popolazione prevalentemente afroamericana, si unì a lui. Fauntroy ha supervisionato una campagna di lobby mirata a costruire il sostegno dei deputati bianchi che rappresentavano i distretti meridionali con una consistente circoscrizione nera. Lo sforzo ha prevalso. Nel dicembre 1973, il Congresso approvò una misura di compromesso, il District of Columbia Self-Government and Governmental Reorganization Act, che conferiva al distretto un'autogoverno limitato, consentendo ai cittadini di eleggere un sindaco e un consiglio comunale. 100

Basandosi in parte sul successo della "strategia Fauntroy", la CBC ha successivamente creato l'Action-Alert Communications Network (AACN) per mobilitare il sostegno dei legislatori non neri su una serie di questioni politiche che interessano i neri americani. 101 Comprendendo la National Black Leadership Roundtable e il Black Leadership Forum, l'AACN ha attinto a una rete di organizzazioni nere nazionali adatte a campagne di base in grado di esercitare pressioni sui leader bianchi con una vasta popolazione afroamericana. "Ci stiamo organizzando per influenzare il processo politico, per raggiungere con molta attenzione la coalizione con coloro i cui interessi coincidono con i nostri", ha osservato Fauntroy. 102

Altri membri afroamericani hanno svolto ruoli chiave nei decenni successivi. Julian Dixon, un nativo del distretto che rappresentava un seggio alla Camera nell'area di Los Angeles, divenne presidente del sottocomitato del Comitato per gli stanziamenti della Camera nel Distretto di Columbia. Durante gli anni '80 e '90, Dixon è stato uno dei principali alleati congressuali della città durante un'era di problemi di bilancio. Nel 1991, dopo il ritiro di Fauntroy dalla Camera, Eleanor Holmes Norton vinse l'elezione come Delegata. Un sostenitore dei pieni diritti di voto del Congresso per il Distretto, Norton ha servito come Delegato del Distretto dal 102° Congresso (1991-1993).


Cos'è il Congresso?

Il Congresso è il ramo legislativo di un sistema di governo che ha una democrazia congressuale. In una tale democrazia, il potere esecutivo non è responsabile nei confronti del potere legislativo. Inoltre, il capo del governo non è un membro del legislatore. Nel caso di un congresso, le persone selezionano il loro candidato in base al suo profilo, alla sua carriera e ai suoi piani per il futuro del suo collegio elettorale.

Nel caso di un congresso, i membri hanno più libertà e non sono tenuti a seguire la linea del partito in quanto non possono danneggiare il governo allo stesso modo dei parlamentari. Il Congresso è bicamerale con Senato e Camera dei Rappresentanti al Congresso. L'approvazione di un disegno di legge è un processo lungo in un congresso e richiede un supporto piuttosto pesante. La Camera dei Rappresentanti deve approvarlo. Poi, il Senato deve approvarlo. Infine, il Presidente deve approvarlo.

Il Senato ha membri che durano a lungo e sono vicini ai membri della Camera Alta, nel senso che sono meno interessati all'opinione pubblica. Sono diversi dai membri della Camera dei Comuni e della Camera dei Rappresentanti poiché devono fare una campagna per lottare per le prossime elezioni.


Cos'è il Congresso?

Per fare chiarezza sugli organi legislativi, congresso è il nome usato per riferirsi collettivamente alla Camera dei Rappresentanti e al Senato. Quindi, la Camera o la Camera dei Rappresentanti è una delle due parti che compongono il Congresso nella politica degli Stati Uniti, l'altra è il Senato. Quindi, per ricordarlo una volta per tutte, ecco l'equazione.

Congresso = Camera dei Rappresentanti (Camera) + Senato

La Camera dei Rappresentanti negli Stati Uniti è l'equivalente della Camera dei Comuni britannica. Comprende 435 membri che vengono in proporzione alla popolazione di uno stato. Pertanto, gli stati più piccoli hanno un numero inferiore di rappresentanti mentre quelli con una popolazione più elevata hanno un numero maggiore di rappresentanti.

Insieme al Senato, la Camera dei Rappresentanti costituisce il Congresso che ha il potere di legiferare su materie di rilevanza pubblica. Il sistema di avere due camere al Congresso è dimostrativo di un sistema di controlli e contrappesi per impedire che qualsiasi legislazione diventi legge in fretta.


Congresso contro il presidente

Di John G. Tower

Il Presidente è l'unico organo della nazione nelle sue relazioni esterne, e il suo unico rappresentante con le nazioni straniere.

Uno dei conflitti più antichi nel sistema di governo americano è quello tra il Congresso e il Presidente sul diritto di formulare e attuare la politica estera. Il Presidente è l'unico responsabile della conduzione delle relazioni esterne? Il Congresso è un partner alla pari? O il Congresso ha il diritto di plasmare la politica degli Stati Uniti emanando una legislazione che vieta la flessibilità di un presidente? Questi non sono solo punti di discussione per storici e costituzionalisti, ma questioni critiche che devono essere affrontate se vogliamo vedere il successo dell'esercizio della diplomazia americana negli anni '80. La nostra efficacia nell'affrontare i problemi futuri, in particolare la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel Terzo mondo, dipenderà in misura significativa dalla nostra capacità di risolvere il rapporto conflittuale tra il Presidente e il Congresso.

La lotta per il controllo della politica estera è venuta alla ribalta nel ventesimo secolo, con l'ingresso riluttante dell'America negli affari mondiali, due guerre mondiali e un mondo bipolare del dopoguerra più piccolo, ma più complesso, caratterizzato dalla crescente interdipendenza delle nazioni. La prima significativa sfida del Congresso alle prerogative di politica estera dell'Esecutivo avvenne negli anni tra le due guerre. Dopo che il Senato ha respinto il Trattato di Versailles del presidente Wilson nel 1920, il Congresso ha continuato ad affermarsi nella formulazione della politica estera. Negli anni '30, un forte Congresso riuscì a prevenire l'iniziativa presidenziale negli anni critici prima della guerra. Il consenso quasi universale oggi è che questa intrusione del Congresso è stata un disastro e ha impedito agli Stati Uniti di svolgere un ruolo utile in Europa che avrebbe potuto prevenire la seconda guerra mondiale.

Dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor e il nostro ingresso nella seconda guerra mondiale, il Congresso e il Presidente erano d'accordo sulla direzione della politica estera e militare americana. L'intervento del Congresso è quasi cessato.

Il periodo successivo alla seconda guerra mondiale è stato caratterizzato da un ragionevole equilibrio tra il Congresso e il Presidente nel processo decisionale di politica estera. In effetti, le iniziative presidenziali in politica estera sono state generalmente accettate e rafforzate dal sostegno bipartisan a Capitol Hill. La politica estera americana era abbastanza coerente e coerente attraverso le mutevoli carnagioni del corpo politico. Gli Stati Uniti erano percepiti come un alleato affidabile e la loro leadership generalmente accettata con un alto grado di fiducia dal mondo non comunista. Ma la relativa stabilità tra il Congresso e il Presidente iniziò a sgretolarsi nei primi anni '70 con il disincanto del Congresso sulla guerra del Vietnam. A metà del decennio i due rami erano impegnati in una lotta per il controllo della politica estera americana. In una certa misura il Congresso ha vinto e l'equilibrio tra il Congresso e il Presidente ha oscillato pericolosamente dal lato legislativo con conseguenze sfavorevoli per la politica estera americana.

Se l'equilibrio non sarà presto ristabilito, la politica estera americana non sarà in grado di affrontare le sfide critiche degli anni '80. Stiamo entrando in un'era di rapidi cambiamenti e di crescente volatilità negli affari mondiali. L'instabilità politica ei conflitti regionali sono in aumento, soprattutto nel Terzo mondo. Le nazioni in via di sviluppo in molte parti del mondo vengono dilaniate da guerre civili tra fazioni filo-occidentali e sostenute dai sovietici, sovvertite da insurrezioni sostenute dall'esterno o soggette a pressioni anti-occidentali radicali o reazionarie. Le economie industrializzate dell'Occidente dipendono sempre più da un'ancora di salvezza di risorse provenienti da una parte sempre più vulnerabile del mondo. L'Unione Sovietica ha perseguito una politica interventista aggressiva alla sua periferia e all'estero, sostenuta dalla sua capacità emergente di proiezione della forza globale e dal suo uso riuscito di mezzi meno diretti di proiezione del potere.

Potremmo benissimo trovarci oggi in una situazione analoga a quella della fine degli anni '30, quando l'incapacità dell'America di svolgere un ruolo più attivo negli affari mondiali contribuì a consentire all'Asse di realizzare i suoi obiettivi senza una seria sfida. Durante questo periodo il Congresso legò le mani al Presidente, con conseguenze disastrose. Ora siamo tornati nella stessa situazione, e rischiamo di commettere gli stessi errori. Se agli Stati Uniti viene impedito di svolgere un ruolo attivo nel contrastare il coinvolgimento sovietico e per procura sovietico nel Terzo mondo, gli anni '90 potrebbero benissimo trovare un mondo in cui le nazioni in via di sviluppo ricche di risorse e strategicamente importanti siano allineate con l'Unione Sovietica.

Qual è il giusto equilibrio tra il Congresso e il Presidente nella formulazione e nell'attuazione della politica estera? Sebbene la maggior parte dell'opinione sostenga una forte autorità esecutiva nella conduzione delle relazioni esterne, la Costituzione stessa non offre una definizione chiara di dove finisce l'autorità legislativa e inizia la prerogativa presidenziale. La Costituzione sembrerebbe avere poteri di guerra conferiti sia nel ramo esecutivo che in quello legislativo. Sebbene conferisse al Congresso il potere di dichiarare guerra e sollevare e sostenere le forze armate (Articolo I, Sezione 8), la Costituzione nominava anche il Presidente Comandante in Capo delle Forze Armate (Articolo II, Sezione 2). Da nessuna parte nella Costituzione c'è una guida univoca su quale ramo del governo ha l'autorità finale per condurre le relazioni esterne. Tuttavia, vi è la forte implicazione che la formulazione e l'attuazione della politica estera sia una funzione del Potere Esecutivo, sia come necessità pratica sia come essenziale concomitanza della nazionalità.

John Jay sostiene questo punto nei Federalist Papers (Numero 64, 5 marzo 1788):

La perdita di una battaglia, la morte di un principe, la rimozione di un ministro, o altre circostanze che intervengono a cambiare l'attuale posizione e aspetto delle cose, possono trasformare la marea più favorevole in una direzione contraria ai nostri desideri. Come in campo, così nel gabinetto, ci sono momenti da cogliere mentre passano, e chi presiede in entrambi, dovrebbe essere lasciato in grado di migliorarli. Finora abbiamo sofferto così spesso e così essenzialmente della mancanza di segretezza e di sollecitudine, che la Costituzione sarebbe stata imperdonabile in difetto se non si fosse prestata attenzione a quegli oggetti. Quelle materie che nelle trattative richiedono di solito la maggior segretezza e la maggior speditezza, sono quelle misure preparatorie e ausiliarie che non sono altrimenti importanti in una visione nazionale, se non in quanto tendono a facilitare il raggiungimento degli obiettivi della negoziazione. Per questi il ​​presidente non troverà difficoltà a provvedere, e qualora si verificasse una circostanza che richieda il parere e il consenso del senato, li potrà convocare in qualsiasi momento.

La Corte Suprema ha sostenuto con forza l'autorità esecutiva nelle relazioni estere. Nel 1935 il giudice Sutherland, nel caso U.S. v. Curtiss-Wright Export Corporation et al. (299 U.S. 304), ha citato una serie di precedenti decisioni della Corte sostenendo che i poteri della "sovranità interna" spettavano ai singoli stati, ma quelli della "sovranità esterna" erano del governo nazionale.

[Ci sono differenze fondamentali] tra i poteri del governo federale in materia di affari esteri o esterni e quelli in materia di affari interni o interni. . . . Non solo . . . Il potere federale sugli affari esteri è di origine e carattere essenziale diverso da quello sugli affari interni, ma la partecipazione all'esercizio del potere è significativamente limitata. In questo vasto regno esterno, con i suoi problemi importanti, complicati, delicati e molteplici, solo il Presidente ha il potere di parlare o ascoltare come rappresentante della nazione. Fa trattati con il consiglio e il consenso del Senato, ma negozia da solo. Nel campo del negoziato il Senato non può intromettersi e lo stesso Congresso è impotente a invaderlo.

È del tutto evidente che se, nel mantenimento delle nostre relazioni internazionali, si vuole evitare l'imbarazzo - forse grave imbarazzo - e raggiungere il successo per i nostri obiettivi, la legislazione congressuale che deve essere resa effettiva attraverso la negoziazione e l'indagine in campo internazionale deve spesso accordare al presidente un grado di discrezionalità e libertà da restrizioni legali che non sarebbe ammissibile se si trattasse solo di affari interni.

Oltre agli argomenti costituzionali, giudiziari e storici contro l'intervento del Congresso in politica estera, c'è una questione ancora più chiara dell'efficacia del coinvolgimento del Congresso in politica estera. To the extent that Congress often represents competing regional and parochial interests, it is almost impossible for it to forge a unified national foreign policy strategy and to speak with one voice in negotiating with foreign powers. Because of the nature of the legislative process a law may be passed in response to a certain set of events, yet remain in effect long after the circumstances have changed. The great danger of Congressional intervention in foreign affairs is that enacted legislation becomes an institutional rigid "solution" to a temporary problem.

The President, along with the Vice President, is the only officer of government who is elected by and responsible to the nation as a whole. As such, only he possesses a national mandate. As head of the Executive Branch, the President can formulate a unified foreign policy, taking into consideration how each aspect of it will fit into an overall strategy. He and his advisers can formulate their strategy with the necessary confidentiality not only among themselves, but between the United States and foreign powers. The President has the information, professional personnel, operational experience, and national mandate to conduct a consistent long-range policy.

The legislative body, on the other hand, is elected to represent separate constituencies. Congress must of necessity take a tactical approach when enacting legislation, since the passage of laws is achieved by constantly shifting coalitions. This serves us well in the formulation of domestic policy, where we proceed by voting on one discrete piece of legislation at a time. Although many of us may have our own long-term strategies in mind as we vote on specific legislative matters, the overall effect is a body of legislation passed piece by piece by a changing majority of legislators. We build domestic policy one step at a time to the end that the final product of domestic legislation is reflected in a consensus of various coalitions. If we later find out we have made an error in a specific piece of domestic legislation, we can change it. For example, if we determine that we have underfunded housing subsidies we can increase them the next year. But the process by which generally accepted domestic policy is arrived at does not lend itself to the formulation of a long-term, coherent, foreign policy. Once we alienate a friendly government, perhaps through shortsighted legislation, it may take years for us to rebuild that relationship and recoup the loss.

A foreign policy should be an aggregate strategy, made up of separate bilateral and multilateral relationships that fit into a grander scheme designed to promote the long-term national interests. With a comprehensive design in mind, those who execute foreign policy can respond to changes in the international environment, substituting one tactic for another as it becomes necessary, but retaining the overall strategy.

In 1816, the Senate Foreign Relations Committee put the argument this way:

The President is the constitutional representative of the United States with regard to foreign nations. He manages our concerns with foreign nations and must necessarily be most competent to determine when, how, and upon what subjects negotiation may be urged with the greatest prospect of success. . . . The Committee . . . think the interference of the Senate in the direction of foreign negotiations are calculated to diminish that responsibility and thereby to impair the best security for the national safety. The nature of transactions with foreign nations, moreover, requires caution and unity of design, and their success frequently depends on secrecy and dispatch.

Five hundred and thirty-five Congressmen with different philosophies, regional interests and objectives in mind cannot forge a unified foreign policy that reflects the interests of the United States as a whole. Nor can they negotiate with foreign powers, or meet the requirement for diplomatic confidentiality. They are also ill equipped to respond quickly and decisively to changes in the international scene. The shifting coalitions of Congress, which serve us so well in the formulation and implementation of domestic policy, are not well suited to the day-to-day conduct of external relations. An observer has compared the conduct of foreign relations to a geopolitical chess game. Chess is not a team sport.

The 1970s were marked by a rash of Congressionally initiated foreign policy legislation that limited the President's range of options on a number of foreign policy issues. The thrust of the legislation was to restrict the President's ability to dispatch troops abroad in a crisis, and to proscribe his authority in arms sales, trade, human rights, foreign assistance and intelligence operations. During this period, over 150 separate prohibitions and restrictions were enacted on Executive Branch authority to formulate and implement foreign policy. Not only was much of this legislation ill conceived, if not actually unconstitutional, it has served in a number of instances to be detrimental to the national security and foreign policy interests of the United States.

The President's freedom of action in building bilateral relationships was severely proscribed by the series of Nelson-Bingham Amendments, beginning with the 1974 Foreign Assistance Act (P.L. 93-559). This legislation required the President to give advance notice to Congress of any offer to sell to foreign countries defense articles and services valued at $25 million or more and empowered the Congress to disapprove such sales within 20 calendar days by concurrent resolution. In 1976, the Nelson-Bingham Amendment to the Arms Export Control Act (P. L. 94-329) tightened these restrictions to include advance notification of any sale of "major" defense equipment totaling over $7 million. Congress is now given 30 days in which to exercise its legislative veto.

The consequence of these laws is that for the past seven years every major arms sale agreement has been played out amidst an acrimonious national debate, blown out of all proportion to the intrinsic importance of the transaction in question. Often the merits of the sale and its long-term foreign policy consequences are ignored, since legislators are put into the position of posturing for domestic political considerations. The debate diverts the President, the Congress and the nation from focusing on vital internal matters. Finally, because arms sales debates command so much media attention, legislators are inclined to give impulsive reaction statements before they have an opportunity for informed deliberation. They thereby often commit themselves to positions that, on cool reflection, they find untenable but difficult to recant.

The recent debate over the sale of AWACS (Airborne Warning and Control System) surveillance aircraft to Saudi Arabia is a classic case in point. Under such circumstances, it becomes extremely difficult for elected legislators to ignore constitutent pressures and decide an issue on its merits. For example, Congressman Dan Rostenkowski (D-Ill.) said following the House vote to reject the AWACS sale that he voted against selling AWACS to Saudi Arabia for political reasons, despite his view that the sale should go through on its merits.

Such a situation raises the possibility that should the Congressional decision do ultimate violence to our national interest, the nation whose perceived interests have been sustained by successful lobbying will pay a price later. My colleague, Senator William Cohen (R-Maine), who opposed the sale on its merits, felt compelled to vote for it because he feared its defeat would precipitate an American backlash against Israel:

If the sale is rejected, [Israel] . . . will be blamed for the dissolution of the peace process . . . when the crisis comes, . . . when everyone is pointing an accusatory finger looking for a scapegoat, I do not want to hear any voices in the United States say-if only they had not been so intransigent, if only they had agreed not to interfere, if only they had not brought this mess-this death-upon themselves.

In some cases Congress allows a sale to go through, but only after a series of trivial and humiliating restrictions are placed on the purchasing nation. This tends to negate whatever goodwill the sale was designed to achieve. For example, in 1975 the President agreed to sell HAWK surface-to-air mobile missiles to Jordan. After a national brouhaha filled with many insults to King Hussein and questions about the stability of his regime, the sale finally went through, but only in "compromise" form—we took the wheels off. Presumably, HAWK missiles without wheels would allow the Jordanians to use them in fixed positions to protect the capital and key military locations, but prevent them from moving the missiles to the front line to be used against Israel. King Hussein later asked then Secretary of State Henry Kissinger why Congress had insisted on such a trivial point. It was never a question of whether the HAWKs would be mobile or not—we knew the Jordanians would be able to buy the wheels on the international market if they decided to violate the terms of the sale. The end result was that rather than cement our friendly relations with Jordan, we succeeded in humiliating a longtime friend.

Such actions are not soon forgotten. In his recent visit to Washington, King Hussein indicated that Jordan is considering turning to the Soviet Union for its new air defense missiles. This attitude clearly stems in part from his unhappiness over Congressional restrictions on U.S. arms sales to Jordan. According to a State Department spokesman, the 1975 HAWK missile sale "still rankles" in Jordan.

Il Turkish Arms Embargo was a case where Congress tied the President's hands in negotiations. After the Turkish invasion of Cyprus on July 19-20, 1974, the Administration became involved in negotiations aimed at reconciling our two NATO allies, Greece and Turkey. After two days, a cease-fire was achieved, with Turkey controlling 25 percent of Cyprus.

Yet Congress was moving on a path of its own. On August 2, the House introduced two measures demanding the immediate and total removal of Turkish troops from Cyprus. After the second Turkish assault on August 14, the Senate Foreign Relations Committee prompted a State Department inquiry into possible Turkish violations of U.S. arms restrictions.

At one point, Prime Minister Ecevit of Turkey privately communicated his willingness to settle on terms representing a significant improvement over the status quo. The Administration was concerned that Congressional action would make it harder for Turkey to follow a conciliatory policy and thus destroy any hopes of a negotiated settlement. In an attempt to discourage a Turkish embargo, the White House invited several of my colleagues to attend briefings on the possibility of negotiations. Even after being shown evidence that a negotiation likely to improve Greece's position was in the making, these Congressmen continued to call for an arms embargo soon, all hopes for a negotiated settlement vanished. On September 16, Ecevit's moderate government collapsed, and on October 17, the Congress imposed a Turkish arms embargo on a "very, very reluctant" President Ford. The embargo began on February 5, 1975 by that time, Turkey controlled 40 percent of the island. On June 17, 1975, Turkey responded to the embargo by placing all U.S. bases and listening posts on provisional status. On July 24, 1975, the House rejected a motion to partially lift the embargo two days later, Turkey announced it was shutting down all U.S. bases and posts on its territory.

Thus, instead of reaching an agreement with a moderate Turkish government that controlled one-quarter of Cyprus, the United States had severely strained relations with an angry Turkish government that controlled two-fifths of the island. Furthermore, the aid cutoff weakened Turkey militarily, jeopardizing the southern flank of NATO and putting at risk our strategic listening posts in that country.

In a society such as ours, with its heterogeneous mix of various national and ethnic groups, strong lobbies are inevitable. But to submit American foreign policy to inordinate influence by these groups—often emotionally charged—is to impair a President's ability to carry out a strategy which reflects the interests of our nation as a whole. The Nelson-Bingham Amendments and the Turkish Arms Embargo were two pieces of legislation conducive to such a situation.

A second major area where Congressional intervention contributed to foreign policy disasters was the series of anti-war amendments. Throughout the early 1970s Congress proposed a series of acts aimed at forcing the United States into early withdrawal from Southeast Asia and cutting off American aid to Vietnam, Laos and Cambodia. Il Cooper-Church Amendment, which became law in early 1971, cut off funds for U.S. troops, advisers and air support in and over Cambodia. Il Eagleton Amendment (1973) called for American withdrawal from Laos and Cambodia. Il McGovern-Hatfield Amendment (1970-71) set deadlines for American withdrawal from Indochina. Even though these two latter anti-Vietnam amendments did not become law, the pattern was clear by the early 1970s. My Senate colleagues would introduce one amendment after another, making it clear to the North Vietnamese that we would eventually legislate ourselves out of Vietnam. The Administration lost both credibility and flexibility in the peace negotiations. By making it clear to the North Vietnamese that Congress would prevent the President from further pursuing the war, or from enforcing the eventual peace, Congress sent a clear signal to our enemies that they could win in the end. The North Vietnamese were encouraged to stall in the Paris Peace Talks, waiting for American domestic dissent to provide them with the victory their military forces had been unable to achieve. After the Paris Agreements, aid to South Vietnam was throttled.

Finally, on July 1, 1973, we destroyed any hope of enforcing the Paris Peace Accords. Il Fulbright Amendment to the Second Supplemental Appropriations Act for FY 1973 prohibited the use of funds "to support directly or indirectly combat activities in . . . or over Cambodia, Laos, North Vietnam and South Vietnam." As I said in Congressional debate over the Eagleton Amendment, the forerunner to the Fulbright Amendment:

It has tremendous significance because it marks the placing on the President of an . . . inhibition in the conduct of foreign relations, in the negotiating of agreement and treaties, and in the implementation and enforcement of those agreements once arrived at. . . . What we have in effect done in the Eagleton Amendment is said to [the North Vietnamese]: 'You may do whatever you please. Having concluded this agreement, we intend to walk away from it, and we don't care whether you violate those provisions or not.'

I believed then and still believe that our failure to enforce the Paris Accords was a principal contributor to Communist victory in Indochina and the resulting horrors we have seen since in Laos, Cambodia and Vietnam. Reasonable men may argue whether or not we were right in being in Vietnam in the first place. I remain convinced that we made many mistakes that led us there, and that our direct involvement was ill conceived. But to deny a President the military means to enforce a negotiated agreement guaranteed that all the sacrifices that came before it would be in vain. Just because a peace agreement is signed or a cease-fire agreed to is no guarantee that both sides will live up to it. After World War II we enforced the peace with Germany and Japan by occupation forces. We guaranteed the Korean cease-fire by the continued presence of U.N. troops at the Demilitarized Zone. The Fulbright Amendment prohibited our enforcing the Paris Accords. We bought a settlement in Vietnam with 50,000 American lives that gave South Vietnam, Cambodia and Laos a chance to survive—a chance that was thrown away when we refused to be guarantors to that settlement.

Il War Powers Act (P.L. 93-148) is probably the most potentially damaging of the 1970s legislation, although we have yet to experience a crisis where its effects are felt. The War Powers Act (1973) grew out of Congress' frustration with the war in Vietnam and its desire to prevent such a situation from ever happening again. Although President Nixon vetoed the Act on October 24, 1973, terming it "unconstitutional," his veto was overridden two weeks later by the House and Senate.

The act provides that before American troops are introduced "into hostilities or into situations where imminent involvement in hostilities is clearly indicated by the circumstances" the President is to consult with Congress "in every possible instance." The President must notify Congress and submit a report within 48 hours after armed forces are sent abroad, "setting forth the circumstances necessitating the introduction of U.S. forces" and the "estimated scope and duration of the hostilities or involvement." After this initial two-day period, the President has 60 days to withdraw those forces or receive Congressional authorization for an extension, or a declaration of war.

This act jeopardizes the President's ability to respond quickly, forcefully and if necessary in secret, to protect American interests abroad. This may even invite crises. Although the act does not specify whether the report to Congress must be unclassified, there remains the possibility that a confidential report would become public knowledge. In many cases the more urgent the requirement that a decision remain confidential, the greater the pressures for disclosure. Thus, by notifying Congress of the size, disposition and objectives of U.S. forces dispatched in a crisis, we run the risk that the report may get into the public domain. If this information becomes available to the enemy, he then knows exactly what he can expect from American forces and thus what risks he runs in countering American actions. This removes any element of surprise the U.S. forces might have enjoyed and eliminates any uncertainties the adversary might have as to American plans.

It is interesting to speculate on just how damaging the legislation could prove to be at some future point. For that matter, what if the Iranian rescue attempt had gone somewhat differently? On April 26, 1980, President Carter reported to Congress the use of armed forces in the unsuccessful attempt to rescue American hostages in Iran on April 24, in full compliance with the 48-hour notification requirement of the War Powers Act. In this case, the rescue operation was over by the time the report was submitted, so there was no longer a need for secrecy nor a need for Congress to consider whether forces should be authorized or withdrawn. But what if the rescue attempt had bogged down or been planned as a longer effort? No doubt the details would have gotten out almost immediately, leaving little doubt in the minds of the Iranians just what the Americans were up to. While the framers of the War Powers Act intended it to prevent another Vietnam, their legislation has the effect of severely limiting the President's ability to respond quickly, forcefully and in secret to a foreign crisis.

In addition to the questionable wisdom of the reporting and consulting requirements of the War Powers Act, there are also doubts as to whether the legislative veto contained in the act is constitutional. Section 5 of the Act allows Congress the right to terminate any use of force, at any time, that has not been specifically authorized by either a declaration of war or similar legislation, by a concurrent resolution passed by a simple majority of both Houses. The legislative veto contained in the War Powers Act would appear to be in violation of Article 1, Section 7 of the Constitution. This so-called presentation clause clearly stipulates that an act can become law only if it is passed by a majority of both Houses of Congress followed by the President's assent, or by a two-thirds vote in each Chamber to override the President's veto.

After the Indochina debacle, there was a raft of Vietnam-syndrome legislation that sought to prevent the President from getting us involved in "future Vietnams." Il Tunney Amendment to the Defense Appropriations Act of 1976 (P.L. 94-212), which passed the Senate on December 19, 1975, prohibited the use of "funds appropriated in this Act for any activities involving Angola other than intelligence gathering."1 My colleagues feared that President Ford's attempts to offer minimal assistance to the pro-West UNITA (National Union for the Total Independence of Angola) and FNLA (National Front for the Liberation of Angola) factions would somehow embroil us in "another Vietnam." The domestic debate over whether we should become involved in Angola sent a clear signal to the Soviets and their Cuban proxies. They knew that the risk of U.S. intervention was low, and the possibility of continued U.S. assistance to the pro-Western factions slim.

Although the Soviet-Cuban airlift halted temporarily in December with President Ford's stern warning to the Soviet Ambassador, the airlift resumed with a vengeance following passage of the Tunney Amendment on December 19, 1975. The number of Cubans in Angola doubled as they began flying in fresher troops for what was to become an all-out offensive against pro-Western forces. By January the Soviet Union had increased its military assistance to the MPLA (Popular Movement for the Liberation of Angola) and stationed Soviet warships in the vicinity of Angola. They began extensive ferrying operations for Cuban troops. It was clear that the United States had lost whatever leverage it might have had to persuade Soviet leaders to reduce Soviet and Cuban involvement in Angola.

With Angola the Soviet Union entered a new phase never before had it or its surrogate Cuban army attempted such large-scale operations in Africa or anywhere else in the Third World. Their successful intervention in Angola bestowed on the Soviet Union and Cuba the image of dependable allies and supporters of radical movements in southern Africa. The United States by contrast was portrayed as having lost its taste for foreign involvement after Vietnam, and as being domestically divided over a foreign policy strategy. The moderate black African states lost confidence in America's willingness to stem the tide of Soviet involvement in the region.

After being reduced to sporadic guerrilla engagements for over a year, in July 1977 the pro-West UNITA faction declared its intention to renew the fight. Following this announcement, the Soviets and Cubans increased their efforts. As of late 1979, there were some 19,000 Cuban troops, 6,000 Cuban civilian technicians and 400 to 500 Soviet advisors in Angola. Although the guerrilla war continues, the Clark Amendment prohibits the United States from offering any aid to the pro-Western faction. The Clark Amendment prevents us from responding to Soviet and Cuban involvement in Angola, and leaves open to them the mineral-rich, strategically important region of southern Africa.

Finally, two of the most damaging Congressional intrusions into national security policy were the Senate Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities (the so-called Church Committee) and the Hughes-Ryan Amendment to the Foreign Assistance Act (P.L. 93-189). As vice-chairman of the Church Committee (1975-76) I sought to limit the damage to our intelligence community, although to little avail. By conducting a public inquiry into the CIA we exposed not only its supposed blunders and malfeasance but also important information as to how the CIA is organized, how it gathers intelligence and what kinds of sources and methods it uses.

The Hughes-Ryan Amendment, which became law on December 30, 1974, prohibited any CIA activities abroad that are not directly related to intelligence gathering, "unless and until the President finds that each such operation is important to the national security of the United States and reports, in a timely fashion, a description and scope of such operations to the appropriate committees of Congress." By 1977 information about covert intelligence activities was available to eight Congressional committees, for a total of 200 members or roughly 40 percent of Congress.2

This, plus the Church Committee hearings, confirmed to our adversaries that clandestine operations would be severely curtailed in the future. It sent a signal to our adversaries that they could proceed with impunity in the "back alleys of the world." These actions also shook the confidence of those friendly states which had cooperated with us in intelligence gathering, and caused many of them to reassess their relationship with the U.S. intelligence community. They feared Congressional investigations of the CIA would expose their own intelligence sources and methods. In private conversations with officials of friendly intelligence agencies, I have been told that the Church Committee raised doubts about the wisdom of their cooperating with the United States in the future. This has also adversely affected our cooperation with countries that for political reasons take a publicly hostile attitude toward the United States, but who privately cooperate with us on some matters of mutual interest. They fear the publicity generated by a Congressional investigation would expose what is essentially a private relationship, and lead to unfavorable domestic political consequences for them. Finally, either through leaks or publicly released data, the Church Committee titillated the press with daily helpings of some of our nation's most treasured secrets.

If we are to meet the foreign policy challenges facing us in the 1980s, we must restore the traditional balance between Congress and the President in the formulation and implementation of foreign policy. To do so, much of the legislation of the past decade should be repealed or amended.

Many in Congress are coming to this conclusion and are working toward a reversal of the imbalance. The 1980 modification of the Hughes-Ryan Amendment to require notification of covert actions to only the two Intelligence Committees is one such step, as is the Senate's October 22, 1981, vote to repeal the Clark Amendment. Further efforts in this direction are essential if we are to have the maximum flexibility required to respond to a fast-changing world.

In addition to reversing much of this legislation, we should also look at new legislation which may be appropriate. There are strong arguments in favor of creating an unspecified contingency fund for economic and military assistance. One of the consequences of the 1970s legislation was that such funds which had previously existed were either abolished or severely curtailed. Reestablishment of such funds would grant the President the flexibility he needs to be able to respond quickly to help new friends that emerge unexpectedly, or old friends who are suddenly endangered. While disbursement of these funds should be made with appropriate notification to Congress, the inevitable delays involved in waiting for new Congressional authorization should be avoided.

For example, when Zimbabwe became independent on April 18, 1980, the new government was strongly anti-Soviet, pro-West and in need of economic assistance. On the day he took office, President Mugabe invited the United States to be the first nation to establish diplomatic relations with and open an embassy in Zimbabwe. We responded with a pledge of economic assistance, but due to the lack of funds for such contingencies, were able to grant only $2 million. We had to wait almost ten months, until the next appropriations cycle could be completed, to grant Zimbabwe the amount of economic assistance it needed.

We face a similar situation in northern Africa today. In the confusion cast over the area in the wake of the Sadat assassination, Libyan President Qaddafi has heightened threats against the anti-Soviet government of Sudan. The Libyan army appears to be on an alerted posture. Were Libya to attack Sudan tomorrow, there is very little the United States could do right away to assist President Nimeiry.

As legislation now stands the President has certain limited flexibility to grant military assistance to respond quickly to unplanned situations. The Foreign Assistance Act of 1961, as amended, permits the President, in the interests of national security, to draw on U.S. military stocks, defense services, or military education and training, up to $50 million in any fiscal year for foreign use. In 1981 the Reagan Administration requested that new contingency funds totalling $350 million be established for emergency economic and military assistance. As of mid-November 1981 Congressional action on this request is still pending, although it appears that both Houses are moving to reduce significantly the size of these contingency funds.

In supporting such discretionary authority and appropriations, and urging the repeal of the excessively restrictive legislation of the 1970s, I am in effect proposing a return to the situation that prevailed in the 1950s and 1960s.

At that time the Congress did provide discretionary authority and substantial contingency funds for the use of Presidents Truman, Eisenhower, Kennedy and Johnson. Each of these Presidents employed his authority to act quickly and decisively in ways which, on balance, served the national interest—especially in new and unforeseen situations emerging in what we now call the Third World. The basic authority of the Congress to appropriate funds for the armed forces and foreign activities remained constant. Indeed, the Congress from time to time expressed its views forcefully as to the desirability of support for nations that acted in ways prejudicial to American interests. (An early example of such legislation was the Hickenlooper Amendment, which for many years expressed Congress' general opposition to continue aid to countries that nationalized private American companies without adequate compensation.) The crucial difference is that such expressions of Congressional sentiment almost invariably contained a saving clause that permitted the President to go ahead if he certified to the Congress that the action was necessary for overriding national security reasons. This is a perfectly sound and reasonable practice, and one that avoids the immense complications and possible unconstitutionality of the legislative vetoes introduced by the various amendments of the 1970s.

In short, what I propose above is vastly more effective than the present situation, sounder from every constitutional standpoint, and fully in keeping with past precedents.

Finally, in reconsidering the legislation of the 1970s, it is useful to reexamine it and its causes in a more dispassionate light than that of the period. At the time, much of this legislation was considered a necessary response to counter the excesses of the presidency. Since the Vietnam War had never been formally declared by Congress, it was seen as the President's war. Watergate, along with the war, was considered to be the result of a Presidency grown too authoritarian. If the war were ever to end, and if future Vietnams were to be prevented, the President's foreign policy authority would have to be proscribed. As Arthur Schlesinger put it, the theory "that a foreign policy must be trusted to the executive went down in flames in Vietnam. . . . Vietnam discredited executive control of foreign relations as profoundly as Versailles and mandatory neutrality had discredited congressional control."3

If this legislation was motivated by an "Imperial Presidency," whose ultimate manifestation was an undeclared war, then the motivation is flawed. Blame for Vietnam can be laid at many doors: a series of American Presidents, and those in the civilian leadership who advocated gradual escalation and limited rules of engagement. But Congress was not blameless. The war in Vietnam, while undeclared by Congress in a formal sense, had de facto Congressional support. Beginning in the mid-1960s the Administration sent defense authorization and appropriations bills to Congress—legislation which clearly designated certain men and monies for the war effort. Year after year Congress acquiesced in the Vietnam War, by authorizing and appropriating resources for it. As former Senator J. William Fulbright remarked, "It was not a lack of power which prevented the Congress from ending the war in Indochina but a lack of will." With waning public support for a war which seemed to drag on forever, many in Congress and the media looked to a single explanation-for a scapegoat who could be held accountable for an unpopular war. Blame for the war in Vietnam was attributed to the usurpation of power by the President.

In the early 1970s Congress reversed itself and belatedly attempted to use its appropriation authority to end the war. While this was certainly within its prerogative, the timing was of questionable wisdom. Our efforts to disengage from Vietnam and to negotiate with the North Vietnamese were made more difficult by Congressional intervention. Congressional action made a settlement all the more difficult to achieve and, ultimately, impossible to enforce. The view that the Vietnam War discredited forever Executive control of foreign policy was an emotional reaction, driven by the passion of the moment. Because of it, Congress embarked on a course to limit not only President Nixon's flexibility, but also that of future Presidents. Congress prescribed a cure for a nonexistent disease. The lasting effect was that Congress institutionalized its foreign policy differences with the President by legislating permanent solutions for a temporary situation.

As Cyrus Vance said at the 1980 Harvard commencement, "Neither we nor the world can afford an American foreign policy which is hostage to the emotions of the moment." The authority to conduct external relations should not vacillate between Congress and the President as a result of failed or unpopular initiatives. The whole point of a written constitution and body of judicial opinion is to establish a consistent mechanism for apportioning authority. Whereas the Constitution confers on the Senate the duty of advice and consent in the making of treaties, on the Congress the power to appropriate monies for armed forces and to declare war, and special authority in the field of trade, it confers on Congress no other special rights in the field of external affairs.

The cumulative effect of this legislation is that, as the United States enters a period when the greatest flexibility is required of an American President to deal with fast-changing situations in the world, Congress has inhibited the President's freedom of action and denied him the tools necessary for the formulation and implementation of American foreign policy. We know that the Soviet Union maintains clandestine operations which are well organized, well disciplined, well financed, well trained and often well armed, in virtually every Third World country. They are in a position to exploit many restive political situations which they may or may not originate. To inhibit the United States in its ability to conduct covert operations, to provide military assistance to pro-West governments or groups, and to respond quickly to military crises is to concede an enormous advantage to the Soviet Union and its proxies.

It is my sincere hope that Congress will reexamine its role in the conduct of foreign policy and repeal or amend, as necessary, the legislation of the 1970s. The end towards which we should work is to do whatever is necessary to strengthen America's ability to formulate and implement a unified, coherent and cohesive foreign policy to face the challenges of the 1980s.


Congress still on track to be among least productive in recent history

Congress made big news last week when it managed to pass a bill that both keeps the government running through Dec. 11 and authorizes the Obama administration to arm and train Syrian rebels to fight the Islamic State. The vote, unlike so many in Congress, blended party lines: 176 Republicans and 143 Democrats voted for it in the House 44 Democrats, 33 Republicans and one independent in the Senate. That was arguably the biggest accomplishment of the short September sitting, as the 21 other measures (most not yet signed into law) that made it through Congress mainly ran toward the relatively noncontroversial — reauthorizing existing programs, extending advisory committees, and other tinkering around the edges of statute law.

Even so, the current Congress remains on pace to be one of the least legislatively productive in recent history. As of Monday, 165 laws had been enacted since January 2013, 124 of which were substantive by our deliberately generous criteria (no post-office renamings, commemorative-coin authorizations or other purely ceremonial laws). Both those figures are the lowest of any Congress in the past two decades over an equivalent timespan.

Twenty other bills, by our count, are headed to President Obama’s desk, but they won’t count as becoming law until he signs them. And Congress isn’t scheduled to return for its lame-duck session until Nov. 12 (although, as National Journal pointed out, the House has been in session for 117 days this year, more than it’s typically worked in recent election years).

Congress has much unfinished business to tackle when it does reconvene, but what are the chances it will end its term in a blaze of legislative activity? Not good: Based on data going back to 1995, Congress on average has passed about 60% of all its laws by this point in its two-year term. If the current Congress fits that pattern, it will end its term with about 275 laws to its credit — the fewest of any Congress in the post-World War II era, according to Vital Statistics on Congress (a joint production of The Brookings Institution and the American Enterprise Institute).

Of course, there are other ways to measure congressional productivity: Congress may be passing fewer laws, but the ones it is passing are getting longer.

According to Vital Statistics, the 112th Congress (2011-12) passed only 283 laws (the record-lowest to date), but those laws filled 2,495 pages in the statute book — an amount comparable to the page counts from the late 1940s to the early 1970s, when Congresses regularly passed more than twice as many laws per session. Fifty years ago, for instance, the 88th Congress enacted 666 laws that averaged just 3 pages each, compared with 16.78 pages apiece for the 72 laws passed last year by the current Congress. (Indeed, some argue that excessively detailed laws hinder government from actually doing anything.)


Party Divisions of the House of Representatives, 1789 to Present

Political parties have been central to the organization and operations of the U.S. House of Representatives. As this chart demonstrates, the efforts of the founding generation to create a national government free of political parties proved unworkable. Parties demonstrated their worth in the House very quickly in organizing its work and in bridging the separation of powers. Within a decade House parties absorbed the various state and local factions.

The chart below emphasizes the traditional two-party structure of the United States, with third-party affiliations in the Other column. Additionally, the numbers of Delegates and Resident Commissioners are reflected in the “Del./Res.” Column for reference. This chart does not address the party affiliation of these Members as they do not hold voting privileges on the House Floor.

The figures presented are the House party divisions as of the initial election results for a particular Congress. This means that subsequent changes in House membership due to deaths, resignations, contested or special elections, or changes in a Member’s party affiliation are not included.


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