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Assedio di Caristo, 490 aC

Assedio di Caristo, 490 aC

Assedio di Caristo, 490 aC

L'assedio di Caristo (490 a.C.) fu una delle prime vittorie persiane nella campagna che si concluse con la battaglia di Maratona. Durante la rivolta ionica i ribelli avevano ricevuto aiuto da Atene e dall'Eretria sull'Eubea. Dario I era determinato a punire queste città per il loro ruolo nella rivolta. Il suo primo tentativo, nel 492 a.C., comandato dal genero Mardonio, utilizzò la rotta terrestre, oltre l'Ellesponto e lungo la costa della Tracia, e terminò dopo che la flotta persiana fu distrutta da una tempesta al largo del Monte Athos nel nord Grecia (Guerre greco-persiane).

La seconda invasione di Dario avvenne nel 490 a.C. Questa volta decise di inviare il suo esercito attraverso l'Egeo. Un nuovo esercito, comandato da Datis il Medo e Artafrene figlio di Artaferne, nipote di Dario, si radunò in Cilicia, dove fu raggiunto da una flotta considerevole che includeva un trasporto di cavalli appositamente costruito. La forza persiana si spostò a ovest di Samo, quindi attraversò l'Egeo attraverso Icaria, Naxos e Delo.

La loro destinazione successiva dopo Delo era Caristo, all'estremità orientale dell'Eubea. Il persiano ha chiesto che i caristi dovrebbero fornire truppe per la prossima campagna, e consegnare gli ostaggi.

I Caristi rifiutarono le richieste persiane. Dati e Artafrene assediarono Caristo e devastarono le zone circostanti. Ciò convinse i Caristi ad arrendersi e furono costretti ad accettare la supremazia persiana.

I Persiani poi navigarono intorno alla costa dell'Eubea, dirigendosi verso Eretria, dove ottennero la loro seconda vittoria della campagna. Da Eretria attraversarono l'Attica, approdando a Maratona, dove subirono notoriamente una pesante sconfitta che li costrinse ad abbandonare la campagna.


Dalla Maratona alle Termopili Spurgare i miti della guerra persiana (490–480 a.C.) I

La notizia che Sardi era stata catturata e bruciata dagli Ateniesi e dagli Ioni fu portata a Dario e che Aristagora di Mileto aveva istigato quell'azione congiunta. Si dice che quando Dario seppe della sua relazione... chiese chi fossero gli Ateniesi. Quando gli è stato detto che ha chiamato per il suo arco. Lo prese e scagliò una freccia nel cielo dicendo: "Dio mi conceda che mi sarà concesso di punire gli Ateniesi". gli ateniesi!».

La storia è divertente ma fantasiosa, forse attraente per il pubblico ma non così convincente quando si cerca l'autenticità. Dario aveva fatto una campagna in Tracia e più a nord, aveva alla sua corte molti di origine greca ed era vicino a Ippia, l'ex tiranno di Atene che una volta espulso nel 510, era andato in esilio a Sigeum sul lato persiano dell'Ellesponto. Dario non aveva bisogno di ricordare gli Ateniesi e il fatto che avesse nominato Mardonio come nuovo satrapo per la Frigia e la Tracia ellespontina, con l'ordine di portare la presenza persiana in Grecia pochi mesi dopo che la rivolta ionica era stata sedata indica chiaramente che una generale sottomissione del La Grecia continentale, compresa Atene, era stata contemplata per molto tempo. Le battaglie di Maratona e delle Termopili, a dieci anni di distanza, ma tra gli stessi nemici, rimangono certamente i due scontri militari più facilmente ricordabili dell'antica Grecia, se non di tutta l'antichità. Eppure c'è un'attenzione molto meno moderna sui campi di battaglia stessi e sui contesti storici di ogni episodio, che di solito disegnano solo poche frasi in una copertura generale delle guerre tra greci e persiani. Le campagne che portarono alle battaglie di Maratona nell'estate del 490 e alle Termopili all'inizio di agosto del 480 sono diventate famose in parte perché l'espansione dell'impero persiano in direzione ovest fu ostacolata, sebbene le sue risorse fossero molto maggiori di quelle a disposizione delle città greche , e in parte a causa della statura del materiale di partenza principale, che ancora una volta dipende dalle Storie di Erodoto. Nonostante la fama dell'opera in questione, la sua narrativa apparentemente rozza riguardo a queste battaglie, fornita dal primo storico della storia, pone numerosi enigmi, che affinché prevalga un senso su di esse richiedono un'analisi critica. Sebbene ci sia un decennio tra Maratona e Termopili, la campagna che portò a quest'ultima iniziò quasi subito dopo la sconfitta persiana nel 490 e continuò fino al 487 quando ebbe la precedenza la gestione di una rivolta in Egitto (Erodt. 7.1).

Dario aveva tutta l'intenzione di allargare le sue province sul versante europeo dell'Ellesponto, ma la sconfitta di Maratona, pur non essendo una catastrofe, sconvolse i suoi piani e prima che potesse riprendere l'iniziativa in quel quartiere morì nel 486. Fu solo nel 485 dopo la ribellione egiziana fu sedata e l'invasione della Grecia meridionale divenne di nuovo un obiettivo primario dei persiani e del loro nuovo re Serse. Voleva rimediare al fallimento del 490, che implicitamente era un affronto alla dignità del suo regno e sebbene abbia massacrato i difensori greci delle Termopili, questa si è rivelata solo un'altra piccola vittoria in una campagna complessiva che è diventata una debacle persiana. Eppure Maratona e Termopili molto più di Salamina e Platea dominano l'immaginazione popolare, quindi l'obiettivo qui sarà quello di tracciare i due campi di battaglia per collocare gli eventi in un contesto realistico e storico. Il motivo per concentrarsi su due sole battaglie e non sull'intera guerra è in primo luogo che geograficamente sono molto vicine, in secondo luogo che entrambe, sebbene le battaglie di terra siano state pesantemente influenzate da eventi in mare, e in terzo luogo, entrambe hanno coinvolto una o entrambe le forze di piccole dimensioni. Queste non erano le grandi manifestazioni di forza lavoro e militare che ci si aspettava dalla battaglia campale.

Pochi mesi dopo il ripristino delle condizioni di pace lungo la fascia costiera dell'Asia Minore occidentale, Dario ordinò al suo nuovo satrapo Mardonio di continuare l'opera iniziata da Megabazo e di proseguire la campagna lungo la costa settentrionale dell'Egeo con l'obiettivo di sottomettere l'intera terraferma della Grecia ( Erode 6.44). Prima che Mardonio attraversasse l'Ellesponto visitò le città della Ionia ed Erodoto nota un gesto del tutto inaspettato da parte di questo nuovo satrapo in quanto installò governi democratici nelle città che erano state recentemente riconquistate. La tirannia del tipo precedentemente favorito dai Persiani da queste parti non era più consentita. Tenendo presente che questa linea d'azione è precisamente ciò che Ecateo esortò a fare Artaferne, il satrapo lidio, secondo Diodoro (10.25.4), non avrebbe dovuto essere una tale sorpresa. Inoltre, mentre Erodoto notava che alcuni ex leader erano stati restaurati nelle loro città lungo l'Ellesponto, non ne fa menzione in Ionia, il che suggerisce che i Persiani riconobbero che l'imposizione di governare attraverso singoli governanti semplicemente non aveva il sostegno popolare. Tuttavia, il decreto di Mardonio non era del tutto motivato dal desiderio di compiacere le popolazioni locali, poiché sapeva che nella campagna che intendeva condurre avrebbe avuto bisogno del sostegno finanziario e materiale di queste città. Perciò, per evitare ulteriori tumulti civili, gli importava poco se il popolo si governasse da solo o fosse governato da tiranni, purché fossero conformi ai suoi desideri e bisogni. Erodoto lo presenta come un evento straordinario, ma in realtà era semplicemente una questione di politica sensata e parte della pianificazione della logistica per una nuova avventura in Europa.

All'inizio dell'estate del 492 Mardonio si mosse rapidamente trasportando il suo esercito, che Erodoto afferma essere impressionante, da Abido a Sesto, il punto più stretto dell'Ellesponto. Da lì un esercito persiano che marciava via terra aveva poca ostilità di cui preoccuparsi poiché Megabazo aveva già imposto il dominio persiano dalla sponda occidentale del Propontide al Chersoneso, e poi in Tracia fino al fiume Strimone. Pertanto, doveva essere chiaro a tutti che l'obiettivo di Mardonio non poteva essere che la Grecia e poiché il re macedone aveva già stretto un trattato con Dario, la strada per la Tessaglia era aperta. Tuttavia, le cose non sono andate secondo i piani. All'inizio ci fu un'occupazione di successo di Taso, che fu presa senza opposizione, ma poi la flotta che aveva accompagnato l'esercito fu catturata da una tempesta al largo del Monte Athos nel Chersonese. I venti settentrionali o etesiani dei mesi estivi possono essere violenti ed erano particolarmente pericolosi per le navi antiche. In questa occasione Erodoto ricorda che si diceva che trecento navi furono affondate e ben ventimila uomini dei loro equipaggi furono uccisi, alcuni perché non sapevano nuotare, altri divennero vittime di attacchi di squali, e altri furono catturati sugli scogli. (Erodt. 6.44). Anche l'esercito ha incontrato improvvisamente una battuta d'arresto quando la tribù tracia dei Brygi ha fatto un assalto a sorpresa di notte. I Persiani sembrano essere stati colti completamente alla sprovvista e lo stesso Mardonio è stato ferito. Il generale, tuttavia, si rifiutò di avanzare ulteriormente fino a quando non avesse punito questa tribù, ma il risultato sembra essere stato che la stagione della campagna si fosse conclusa senza ulteriori risultati positivi e Mardonio riportò il suo esercito nell'Ellesponto. Erodoto afferma che l'esercito di Mardonio difficilmente si è comportato in modo glorioso (Erodt. 6.45), sebbene la colpa del disastro per la flotta difficilmente possa essere stata l'incompetenza del comandante. Più tardi Erodoto (Erodt. 6,94) conferma che Dario aveva sollevato Mardonio dal comando contro i Greci.

Nell'inverno dello stesso anno Dario ordinò ai cittadini di Taso di demolire le fortificazioni della loro città e di inviare le loro navi ad Abdera (Erodt. 6,46). I Tasi erano stati assediati da Istieo alcuni anni prima, ma essendo una ricca polis che, dice Erodoto, aveva un reddito annuo dalle sue miniere d'oro traci tra due e trecento talenti l'anno, i cittadini avevano risposto alle minacce esterne ampliando la loro marina e rafforzare le mura della loro città. Nel 492/1, tuttavia, riconobbero l'inutilità di una guerra con i Persiani che avevano occupato gran parte della Tracia e tutte le isole vicine e quindi obbedivano ai comandi del potere dominante nella regione. Dario voleva anche mettere alla prova il sentimento in Grecia non perché Mardonio avesse realizzato poco di notevole nell'anno precedente, ma per evitare ulteriori perdite al tesoro persiano. Dario è ben ricordato come un governante prudente, e evidentemente decise di tentare con mezzi diplomatici per raggiungere il suo scopo, tuttavia allo stesso tempo, sempre realista, diede ordini per la preparazione di un'ulteriore campagna militare e chiese che le città dell'ovest L'Asia Minore ha navi da guerra e navi da trasporto pronte. Nel frattempo, gli araldi furono inviati nelle isole dell'Egeo e in tutte le città della Grecia continentale chiedendo fuoco e acqua da ciascuna di queste comunità come segno della loro sottomissione. Le comunità dell'isola si sono affrettate a conformarsi poiché la maggior parte se non tutte si trovavano a poche ore dal territorio tenuto dai persiani. Una delle isole ad offrire la sottomissione a Dario era Egina (Erodt. 6,49) situata nella baia di Salamina e in vista della stessa Atene. Gli Ateniesi fecero appello a Sparta affinché intervenisse in quella che consideravano un'azione ostile da parte degli Egineti che erano membri della Lega del Peloponneso sotto la guida degli Spartani.

Il re spartano, lo stesso Cleomene che aveva respinto le richieste di aiuto militare di Aristagora di Mileto, giunse poco dopo ad Egina e prese degli ostaggi che furono poi spediti ad Atene per la custodia. Questo era per garantire che gli Egineti non andassero oltre nei loro tentativi di ingraziarsi la Persia. I Persiani avrebbero avuto motivo di rammaricarsi di non essere in grado di intervenire negli affari interni di Egina poiché quella città aveva una forte flotta e il suo porto sarebbe stato un'utile base in caso di Dario che lanciava un attacco sull'Attica e sul Peloponneso. Ma gli Spartani non erano l'obiettivo immediato poiché non avevano combattuto a fianco degli Ioni come gli Ateniesi e gli Eretri, e quindi questa opportunità di prendere piede nella Grecia meridionale fu persa, irrevocabilmente come si è scoperto. Evidentemente, un attacco contro almeno un alleato di Sparta, per quanto allentato il legame tra Ateniesi e Spartani fosse diventato dopo l'espulsione di Ippia nel 510, era considerato anche una minaccia per il Peloponneso. Gli spartani riconobbero quella minaccia e agirono subito. I cittadini di Egina potrebbero aver considerato l'azione del re spartano prepotente e potrebbero aver iniziato a pianificare una rappresaglia, ma la presa di ostaggi ha avuto l'effetto richiesto e non si sa più nulla di Egina per i prossimi cinque o sei anni. Il Peloponneso e l'Attica sembravano uniti contro qualsiasi coinvolgimento con la Persia, sebbene altrove la meditazione, come divenne noto, fosse abbastanza comune.

Nel frattempo, all'inizio dell'estate del 490 Dario ordinò l'appuntamento di un nuovo esercito e flotta in Cilicia, vicino a Tarso. Le forze di terra erano costituite da fanteria e da un grosso contingente di cavalleria e l'esercito fu passato in rassegna nella Piana di Aleia dai comandanti congiunti Dati e Artaferne, figlio di Artaferne che era stato il precedente satrapo di Lidia. La nomina di due o più generali a un comando era chiaramente una pratica abbastanza comune tra i Persiani ed era stata impiegata efficacemente nella guerra in Ionia, ma in questo caso fu probabilmente anche una decisione consapevole in reazione al recente fallimento di Mardonio che aveva stato concesso il comando esclusivo in Tracia. Da lì l'esercito salpò per Samo. Erodoto descrive questa forza come potente, ma quanto era grande? Una flotta composta da seicento triremi (Erodt. 6,95) richiederebbe 102.000 rematori, alcuni dei quali avrebbero potuto essere utilizzati come truppe armate leggere sul campo, più altri 18.000 fanti pesanti, trenta trasportati da ciascuna nave da guerra. Tuttavia, questo totale di 120.000 sembra essere irrealisticamente alto e problematico in termini logistici, in particolare le forniture. Una flotta di queste dimensioni avrebbe richiesto quasi altrettante navi da trasporto che trasportavano cibo e foraggio poiché le comunità locali costrette a fornire aiuti materiali si sarebbero semplicemente piegate sotto lo sforzo. Una flotta di 1200 nel 490 non è credibile né gli Ioni e gli isolani dell'Egeo avevano fornito rifornimenti sufficienti. È quindi necessaria un'ulteriore lettura del testo. Erodoto deve usare il nome "trireme" in modo disinvolto o disattento, dimenticando che mentre ai suoi tempi questa era una "nave" onnipresente impiegata a tutti gli effetti, non era così nella campagna di Maratona. Nel 490 la trireme era ancora una costruzione relativamente nuova e poiché lo storico fa riferimento a navi da trasporto per i cavalli ("navi da trasporto di cavalli"), queste non erano quasi certamente navi da guerra. Una forza di cavalleria di appena un migliaio avrebbe richiesto circa quaranta triremi, e il doppio di quel numero di navi più piccole, specialmente se c'era più di un cavallo per ogni soldato. Significa che dei seicento in totale, forse cento o più erano navi da trasporto più piccole. Inoltre, alcune delle navi da guerra erano senza dubbio della più antica costruzione bireme o pentekonter. Complessivamente una flotta composta da un misto di navi ridurrebbe il totale a forse 80.000 rematori, 10.000 fanti e 2000 cavalieri. La forza era certamente potente, ma questo non era inteso per una completa invasione della Grecia continentale, ma come una spedizione punitiva contro Atene ed Eretria per causare il caos prima che una forza ancora più potente potesse essere inviata per imporre il dominio persiano sulla regione più ampia. Erodoto ha forse inavvertitamente gonfiato le dimensioni e la potenza della forza persiana, che possono essere corrette qui, ma per il suo pubblico sarebbe suonato molto più impressionante di quanto non fosse in realtà se avessero pensato in termini di triremi contemporanee. La flotta probabilmente fece scalo a Mileto prima di compiere la breve traversata verso Samo, ma invece di dirigersi a nord verso l'Ellesponto e i consueti punti di attraversamento tra i due continenti navigò in direzione sud-ovest attraverso il Mar Icario. Erodoto afferma che questa via era stata scelta poiché i Persiani erano ancora scossi dalle gravi perdite subite intorno al Monte Athos nell'estate precedente e avevano deciso di evitare del tutto quella via. Il trasporto di un esercito, specialmente uno con unità di cavalleria attraverso il mare aperto, anche tenendosi vicino alle isole fu un'altra innovazione dei generali persiani, e forse dello stesso Dario.

La "Campagna della maratona" iniziò quasi come una copia carbone della spedizione di Naxos, e in effetti Naxos fu uno dei primi obiettivi da quando la flotta salpò a ovest di Samos. I Naxiani saranno sicuramente stati avvertiti di questa imminente minaccia, ma a differenza della loro vigorosa difesa contro l'attacco persiano, guidato da Megabate e Aristagora, non offrirono alcuna difesa. Le dimensioni di questa ultima spedizione potrebbero essere state troppo intimidatorie per i Naxiani che a quanto pare hanno abbandonato la loro città e sono fuggiti sulle colline. I Persiani saccheggiarono e incendiarono la città e i templi e proseguirono per la loro strada. L'episodio deve essersi verificato nel giro di pochi giorni ed è stato trattato poco da Erodoto, anche se forse qui c'è più di quanto la narrazione cede al lettore. I Naxiani erano stati fiduciosi di resistere a un attacco un decennio prima, ma nel 490 non fecero alcun tentativo di farlo. Ciò può essere attribuito a una serie di ragioni, che l'attacco è avvenuto all'inizio dell'estate prima che il raccolto fosse raccolto e quando le scorte di cibo erano al minimo dopo l'inverno, quindi le scorte erano semplicemente insufficienti per superare un blocco o che c'erano stato un cambiamento nella leadership politica a Naxos, che era meno contraria a un'intesa con i Persiani. Erodoto (6,49) affermò che tutte le isole avevano offerto fuoco e acqua a Dario, quindi l'attacco potrebbe essere stato inaspettato e non provocato. Infine, l'esempio del destino di alcune delle città ioniche era ancora abbastanza fresco da far sembrare inutile una difesa dell'isola.

Datis occupò anche l'isola di Delo, anche se la popolazione fuggì prima dell'arrivo dei persiani. A causa del culto ad Apollo e ad Artemide, tenuto in grande considerazione anche dai Persiani, l'isola non fu saccheggiata e la sua gente fu invitata a tornare. La flotta persiana aveva quindi una breve distanza da percorrere prima di sbarcare nel punto più meridionale dell'Eubea a Caristo. Datis aveva già imposto la sottomissione di tutte le isole che aveva visitato e raccolto truppe e ostaggi da ciascuna. Ora chiedeva ai cittadini di Caristo che si unissero anche loro alla guerra contro i loro vicini ma, anche di fronte a quelle che dovevano apparire schiaccianti probabilità, si rifiutarono. Cominciò un assedio e la terra intorno alla città fu devastata e il popolo di Caristo si arrese ai Persiani e la città fu risparmiata dalla distruzione. Gli Eretri avranno avuto qualche giorno di avvertimento che stavano per essere attaccati, ma avranno sicuramente sentito parlare della spedizione persiana ben prima dell'attacco a Caristo. Inviarono messaggeri ad Atene chiedendo aiuto e gli ateniesi risposero immediatamente inviando una forza di quattromila che, secondo Erodoto, provenivano da famiglie che si erano stabilite su terre appartenenti a Calcide alcuni anni prima. Una reazione così pronta e positiva non fu copiata da alcuna azione simile da parte degli Eretri, che erano divisi su come avrebbero dovuto affrontare la minaccia persiana. Un gruppo voleva fuggire dalla città e raggiungere la sicurezza delle colline circostanti - cosa che probabilmente fecero - un altro gruppo con gli occhi puntati sul futuro guadagno personale stava cospirando per consegnare la città al nemico senza combattere. Un cittadino eretriano di nome Eschine fu avvertito di questo tradimento e informò gli Ateniesi che subito si ritirarono e attraversarono lo stretto fino a Oropo appena in tempo per sfuggire al disastro che ne seguì.

La flotta persiana sbarcò in alcune spiagge nei pressi di Eretria (Erodt. 5.100) e si preparò a sferrare un assalto alla città, che rimase ben difesa poiché molti cittadini avevano scelto di rimanere ma non erano abbastanza sicuri da offrire battaglia fuori delle loro fortificazioni. Sembra che i Persiani abbiano attaccato la città, ma non si fa menzione di alcun equipaggiamento d'assedio specializzato ed è probabile che si siano concentrati sull'indebolimento di una sezione delle mura del circuito. La lotta andò avanti per sei giorni con pesanti perdite ma senza una conclusione evidente in vista fino a quando alcuni eretriani che erano pro-persiani aprirono una porta posteriore o riuscirono con successo a lasciare una sezione delle mura incustodita. I Persiani inviarono truppe e l'opposizione sembra essere completamente crollata quando iniziò il sacco della città. I traditori sono nominati da Erodoto (Erodt. 5.101) come Euforbo e Filagro, che furono senza dubbio ben ricompensati, ma potrebbero non essere stati autorizzati a rimanere in Eretria ma piuttosto reinsediati altrove. Senofonte nella sua Anabasi (8,7), scritta dopo il 400 a.C., che descrive gli eventi di una ribellione e le sue conseguenze contro il re persiano Artaserse II del fratello Ciro a cui lo scrittore partecipò come mercenario, cita un incontro tra lui e i discendenti di un certo Gongylus di Eretria. Gongylus aveva partecipato al tradimento di Eretria nel 490 per il quale gli erano state concesse terre in Misia. La sua vedova, che si chiamava Hellas, viveva ancora in uno di questi possedimenti nella valle del Caicus, che in seguito divenne la città di Pergamo.

Eretria non era né un insediamento importante né particolarmente ben difendibile, sebbene possieda un'imponente acropoli su una ripida collina sopra il suo teatro. La popolazione era probabilmente poco più di ventimila, quindi il suo sequestro da parte dei Persiani era prevedibile. Coloro che furono catturati furono portati come prigionieri in Asia Minore e reinsediati. Il tempio di Atena Dafneforo fu incendiato e saccheggiato dagli aggressori per vendicare la distruzione dell'incendio del tempio di Sardi. Datis stava certamente eseguendo le istruzioni, ma sarebbe stato più saggio essere stato più generoso nel trattare la città. In effetti, la severità della punizione inflitta agli Eretri potrebbe, come quella ai Milesi, essere stata esagerata dagli scrittori greci della storia. Come Mileto, Eretria si riprese rapidamente, i suoi cittadini, molti dei quali dovevano essere fuggiti in rifugi sicuri altrove sull'Eubea, tornarono e ricostruirono la loro città, sebbene il tempio di Atena sembra essere stato a lungo in restauro. Appena dieci anni dopo, nella flotta greca alleata che salvò la terraferma dalla dominazione persiana, gli Eretriani fornirono lo stesso numero di navi da guerra che avevano inviato in aiuto agli Ioni nel 499. Questa è una chiara indicazione della drammatizzazione dell'episodio in Erodoto e come è stato ricevuto nella letteratura successiva.

Dopo pochi giorni i Persiani ripresero le loro truppe e salparono per l'Attica, ma non c'era assolutamente alcuna possibilità di cogliere impreparati gli Ateniesi poiché gli eventi di Eretria saranno stati acutamente osservati da Oropus. La flotta persiana fu probabilmente pedinata dagli esploratori mentre scendeva da Eretria, oltre Rhamnous e nella baia di Maratona, dove era accampato un esercito di cittadini quasi interamente ateniesi. La pianura di Marathon si estende per almeno cinque chilometri (2 miglia) di lunghezza tra due promontori dai fianchi ripidi, in particolare quello della catena del Monte Pentelicon all'estremità meridionale. La profondità della pianura è di circa due chilometri (2000 iarde) dalle colline che danno accesso al centro dell'Attica dal mare. Il paesaggio, compreso il livello del mare, non è cambiato molto dal momento della battaglia. Il tumulo in onore dei morti ateniesi è oggi tanto importante quanto lo sarebbe stato nel 490 e sarà ben visibile ai viaggiatori di passaggio via terra o via nave. Ovviamente oggi il paesaggio è stato alterato dai moderni sviluppi nell'edilizia abitativa e nell'agricoltura, ma la natura generale del campo di battaglia rimane la stessa. L'uso della terra nel 490 probabilmente consisteva in piccole fattorie di sussistenza con cespugli e alberi sparsi, ma che era facilmente abbastanza livellato per l'efficace dispiegamento della cavalleria che era stata trasportata con tanta cura dall'Asia.

Le forze radunate dagli ateniesi sembrano difficilmente aver creato una forte opposizione o reso probabile una lunga campagna. Un esercito di circa diecimila persone provenienti da ciascuna delle tribù dell'Attica marciò da Atene per incontrare gli assalitori, che come forza è solo di duemila in più rispetto ai Naxiani, che avevano evitato l'attacco persiano poco più di un decennio prima, ma che si era da poco arreso senza combattere. Il nemico doveva certamente avere una superiorità numerica complessiva soprattutto nelle unità di cavalleria, sebbene quell'arma militare costituisse di per sé un problema poiché la natura del terreno in Attica era per lo più inadatta a un grande schieramento di cavalleria. I quartieri settentrionali e occidentali dell'Attica e quindi il percorso per qualsiasi forza il cui obiettivo è Atene stessa sono particolarmente collinosi con valli strette e gole ripide. Ciò significa che i persiani erano estremamente limitati nei luoghi da cui potevano effettivamente operare. Marathon sulla costa occidentale dell'Attica e Phaleron appena a sud-ovest di Atene avevano lo spazio disponibile per far valere la superiorità della cavalleria e avevano lo spazio per spiaggiare la flotta. In caso contrario, l'uso della cavalleria potrebbe facilmente diventare un handicap e una debolezza strutturale per qualsiasi esercito attaccante. E questo è chiaramente ciò che è realmente accaduto. I Persiani furono guidati a Maratona da Ippia che conosceva bene la zona e almeno era in grado di dare qualche consiglio specialistico, ma doveva anche aver avuto scrupoli sul successo finale dell'impresa. Se non ha espresso questa preoccupazione, potrebbe essere stato solo per assicurarsi che eventuali osservazioni negative non fossero rivolte contro di lui in seguito. Ippia, come i comandanti persiani, sapevano che, a meno che non avessero controllato il campo di battaglia, il nemico sarebbe partito con un grande vantaggio e semplicemente hanno permesso ai greci con una forza più piccola per lo più di fanteria di iniziare le ostilità da un terreno più elevato mentre la loro cavalleria non sembra essere stata completamente sbarcati o messi in azione.

Si può anche facilmente discernere fino a che punto la campagna della Maratona sia diventata tanto mito quanto storia quando si incontra nella narrazione la storia del corriere Fiidippide. Gli ateniesi avevano ricevuto rinforzi solo da uno dei loro alleati, ovvero Platea al confine meridionale della Beozia, una piccola comunità che probabilmente inviò la maggior parte della sua manodopera disponibile. Il contingente plateeno era di circa un migliaio e doveva essere di stanza sull'ala sinistra, sul lato settentrionale della pianura. I generali ateniesi contavano anche sull'appoggio di Sparta. Se gli spartani avessero inviato truppe, le altre città del Peloponneso che si rivolgevano a Sparta per la leadership sarebbero seguite. Erodoto afferma che prima che l'esercito ateniese si fosse completamente radunato in città e quindi forse fino a una settimana prima della battaglia, a Fiidippide fu ordinato di correre a Sparta e chiedere aiuto. Perché l'appello sia stato rimandato all'ultimo momento, quando gli ateniesi avrebbero potuto inviare richieste con qualche tempo di anticipo, non viene spiegato ed espone nel testo la portata dell'invenzione drammatica. La distanza tra Atene e Sparta è di circa centocinquanta chilometri (100 miglia). Due volte Erodoto dice (Erodt. 6.107) che Fiidippide incontrò due volte il dio Pan, o una personificazione di Dioniso o il dio stesso durante il suo cammino. La presenza di Pan o Dioniso in questo racconto non è un evento casuale che è stato aggiunto per divertimento ma è stato legato all'origine del culto di questo dio ad Atene e alla sua grotta sul monte Pentelico, che sorge a sud-ovest della piana di Maratona . Si dice che il corridore abbia incontrato il dio, habitué della montagna, questa volta sul monte Parthenium appena sopra la città di Tegea nel Peloponneso e al confine con la Laconia. Pan si rivolse a Fiidippide chiedendo perché non gli fossero stati dati onori ad Atene quando aveva aiutato la sua gente in passato e lo avrebbe fatto di nuovo in futuro. Gli Ateniesi non lo dimenticarono e quando i tempi furono più favorevoli costruirono un tempio dedicato a questa divinità sotto l'Acropoli e dal 490 celebrarono sacrifici e giochi in ringraziamento per il suo intervento durante questa crisi. Ancora una volta, il mito è entrato nel resoconto di Maratona quando è notevolmente assente dal resoconto della guerra ionica.

Fiidippide arrivò a Sparta appena ventiquattr'ore dopo aver lasciato Atene e nel suo appello per l'aiuto spartano notò specificamente che Eretria era appena stata distrutta. Questo individua l'episodio nel giro di pochi giorni nella metà dell'estate del 490, e infatti Erodoto afferma (Erodt. 6.102) che i Persiani rimasero in Eubea solo per pochi giorni. Si dice che gli Spartani fossero simpatizzanti ma conformi alle loro leggi e perché celebravano la festa della Carneia celebrata tra il settimo e il quindicesimo del mese Carneus (mese ateniese Metageitnion e circa agosto) in onore di Apollo (Apollo Carneus ), e poiché era il nono giorno che Fiidippide si rivolse loro non potevano partire per altri sei giorni per unirsi ai loro alleati. Fiidippide tornò con una promessa di aiuti futuri, ma niente di più. La missione del corridore rivela anche l'assenza di pianificazione ateniese e la natura ad hoc dei loro preparativi. Le istituzioni della democrazia, pur inaugurate solo di recente ad Atene, tendevano a precludere un rapido processo decisionale. La pianificazione della difesa di Atene avrebbe potuto facilmente essere messa in atto alcuni mesi prima, tanto più che gli ateniesi sapevano da alcuni anni che sarebbe arrivata la vendetta persiana. Avevano anche le campagne di Mardonio dell'anno precedente, quando i contatti con i partner commerciali nell'Eusino erano stati sicuramente colpiti. Tutto sommato, l'atteggiamento miope delle comunità antiche nei confronti del mondo esterno prevalente nell'antichità è qui rivelato molto chiaramente.

Mentre il ritardo alla loro partenza è attribuito a una scrupolosa osservazione dei principi religiosi, potrebbero esserci stati sospetti che la riluttanza da parte degli spartani potesse essere basata anche su motivi politici. E così fu imposto un ritardo anche agli ateniesi, anche se non vi fu consenso. Ciò è ancora chiaro da Erodoto che dà un assaggio di lotte intestine tra i dieci generali e forse l'approccio piuttosto ambiguo o molto cauto del comandante, Callimaco il polemarca (Erodt. 6.109), la cui città natale, Afidne, era proprio sul altro lato delle montagne da Marathon. Tra gli undici c'era lo stesso Milziade che era fuggito dal Chersonese tre anni prima e che aveva acquisito la carica di generale per le sue imprese e la sua estrazione familiare. Erodoto scrive che Milziade, supportato da quattro generali - c'era un punto morto sulla migliore azione da intraprendere - era per un impegno immediato con il nemico. This made some sense since the Athenians already held the higher ground and the Persians had to disembark.

The Athenians and their allies are said to have already encamped among the hills to the south of the bay. The Persians having rounded the northern headland, Cape Cynosura, into the bay of Marathon beached their enormous fleet, approximately two kilometres away from their enemy who must have been in full view of the attackers. Herodotus’ account is not coherent and some guesswork is needed to understand the events of the next few days. The Persians evidently disembarked and although the plain might have been suitable for employing cavalry units it would have taken a great deal of time to offload the horses and supplies and form them up into effective units. This will account for several days since not all the ships will have been able to beach at the same time and some complex schedule would have been enforced besides making an encampment for the troops and sending out foragers to meet all the needs of soldiers and animals alike.

The Athenians and their allies must have watched all these proceedings from their vantage point. The problem was one of waiting for the Spartans to arrive and thereby having battle-hardened troops among the front line. The Athenian citizen hoplites will have had very little recent experience of a battle, especially against a force that had obtained recent victories across the Aegean and on Euboea. Miltiades was the leading advocate, or so Herodotus claims, of an immediate engagement and this must be connected with not allowing the invaders to become comfortable in their new bridgehead. He persuaded Callimachus to vote against delaying any further and seems to have been concerned that some of the generals were secretly in contact with the Persians (Herodt. 6.109). It made good sense to catch the Persians and their allies unsettled and unprepared but there was also the adoption of some interesting strategy, attributed by modern scholars to Miltiades but in fact probably one that was discussed at length by the commanders, that of weakening the centre while adding extra troops to both wings of the army. This would result in the centre being deliberately allowed to withdraw in the face of superior weight from their opponents but also allowed the right and left wings of the army to rout their opposition and then sweep round to attack the enemy’s main concentration of troops from the rear.


“On to Richmond!”

Ulysses S. Grant and Robert E. Lee, respectively, opposing commanders in the Overland Campaign.

The Army of the Potomac didn’t know quite what to make of Ulysses Grant. Modest to a fault, he was the inverse of peacocks like McClellan and Hooker, whose preening bombast belied their mediocrity, while his quiet decisiveness would prove the antidote to the hesitation that had characterized Meade’s lackluster leadership ever since Gettysburg. It wasn’t always thus. Until 1861, Grant was a study in failed promise: graduation from West Point followed by distinguished service in the Mexican War that petered out into dreary years of garrison duty, rumors of alcoholism, and a succession of unrewarding and unrewarded civilian trades in the backwaters of Missouri and Illinois. A Douglas Democrat in politics, he had harbored mixed feelings about slavery. The Civil War rescued him from obscurity, but unlike most it also rocketed him within months from victory to victory, beginning with the seizure of enemy posts on the Mississippi, the brilliant capture of Forts Henry and Donelson on the Tennessee and the Cumberland, the stunning recovery from near-defeat at Shiloh, the triumph at Vicksburg, and the relief of Chattanooga.

Promising to bring a new aggressive spirit to the so often defeated eastern army, he called up spare troops from as far away as New York and Boston, and stripped the defenses of Washington to restore the Army of the Potomac to more than 120,000 men, its greatest size since 1862. “We had to have hard fighting,” Grant later wrote. “The two armies had been confronting each other so long, without any decisive result, that they hardly knew which could whip.” He retained Meade as the army’s nominal commander, although in practice the victor of Gettysburg served as something closer to a senior chief of staff for Grant, who planned the army’s movements. In contrast to his predecessors, Grant saw the Army of the Potomac’s overland campaign as but one piece, if the largest one, of a multi-pronged campaign to assault the Confederates simultaneously on every front. William T. Sherman, Grant’s successor as commander of the Army of the Tennessee, would strike for Atlanta, the Confederacy’s western manufacturing center and railroad hub. Gen. Nathaniel Banks would drive up the Red River into the heartland of Louisiana. A combined land and sea force would assault Mobile, the Confederacy’s last major port on the Gulf of Mexico. Yet another army under Gen. David Hunter would campaign down the Shenandoah Valley. And while Grant himself marched south into Virginia in pursuit of Robert E. Lee, Gen. Benjamin Butler with another 36,000 men would swing inland from Chesapeake Bay to envelop Richmond from the south. Altogether, it was the most comprehensive and coordinated war plan that the Union had yet attempted, and its complexity a testament to the strategic sophistication of Grant’s mind.

The Army of the Potomac in 1864 was no longer the battle-hungry and undisciplined mob that had stumbled into defeat at Bull Run three years earlier. It had been bloodied many times over since then. Most of the early volunteers were now dead or maimed, or had declined to reenlist after their three years were up. Although a steely patriotism, comradeship, and a determination to finish the job they had started all played their part, many of the veterans who still remained searched their souls for the strength to continue. One of them, Elwood Griest, a Pennsylvanian from Lancaster County, tried to explain to his wife how he coped with the pervasiveness of suffering and death. “I am more than ever convinced that life, strange and mysterious as it may seem to us, is but the sure and unerring workings of a grand machine, as much above our comprehension as the most complicated machinery of human invention is above the comprehension of brute creation. This being the case, we may go forward on life’s journey without fear, confident that whatever may happen, we are but contributing to the grand result.”

Along with veterans like Griest, tens of thousands of often unwilling draftees now filled the ranks. Even more were men who had been paid by affluent draftees to serve as hired substitutes. At the beginning of the war, bounties of $40 or $50 were common by 1864, it often cost more than $1,000 to entice men to enlist. Thaddeus Stevens personally offered a bounty of $150 to every man in the first two companies from Lancaster County to volunteer for twelve months’ service under the most recent Enrollment Act, plus a bonus of $50 for the first three companies whose officers pledged to abstain from liquor while in service. Apart from the standard $300 federal fee, many others were paid bounties by cities and towns, businesses and private donors such as Stevens, so that states could fill their draft quotas without resorting to politically risky mass conscription. Not surprisingly, many such men soon deserted and often reenlisted elsewhere to claim another bounty, and then absconded again: in one Connecticut regiment, 60 out of 210 recruits decamped within their first three days in camp. A satirical cartoon in Harper’s Weekly that winter showed a broker leading a weedy-looking drunk into a barber shop, saying, “Look a-here—I want you to trim up this old chap with a flaxen wig and a light mustache, so as to make him look like twenty and as I shall probably clear three hundred dollars on him, I sha’n’t mind giving you a fifty for the job.”

Once again, the Army of the Potomac crossed the desolation of northern Virginia, littered with abandoned fortifications, earthworks, old camps, rifle pits, burned bridges, wrecked railroad cars, ruined woodlands, and untilled fields. Even houses were scarce, having been torn apart for firewood by one army or another. On May 5, Grant collided with a Confederate army about half the size of his own near the old Chancellorsville battlefield, in the wasteland of scrub pine, briars, oak, swamps, and thickets known locally as the “Wilderness.” Human skulls and bones left from the former battle were strewn everywhere, a forbidding sight for men about to go into battle. Maneuver was close to impossible. The narrow roads jumbled ranks and the dense woods wiped out the Union’s advantage in artillery. For two days the armies grappled in bloody melees and fell in tangled heaps to devastating rifle fire from enemies hidden in the trees. Brushfires roasted hundreds of wounded alive, terrifying the living with their screams and the stink of burning flesh. The stalemate left more than seventeen thousand federals and eleven thousand Confederates killed, wounded, and captured. Several of Grant’s senior officers advised him to retreat as every thwarted commander before him had done. He ignored them. He directed the army to skirt Lee’s flank and keep marching south. Despite their wounds and their weariness, when the soldiers realized that Grant would not take them back to Washington, wild cheers echoed through the forest. Men swung their hats, flung up their arms, and cried, “On to Richmond!” with a gusto that they had not felt for many months.

On May 9, the two armies met again near Spotsylvania Court House, eight miles to the south. Grant hammered hard at the Confederate line but failed to break it. May 12 saw the longest sustained combat of the war, as for twenty-one hours straight soldiers battled only a few feet apart, standing atop the mingled dead and wounded three and four deep to poke their rifles over the breastworks, as the wounded writhed in agony beneath them. Wrote one federal soldier, “I saw one [man] completely trodden in the mud so as to look like part of it and yet he was breathing and gasping.” Federal losses at Spotsylvania surpassed 18,000, the Confederates’ somewhat less. Over just two weeks, the Army of the Potomac had been reduced by 36,000 men, more than a third of its number the Confederates were diminished by about 24,000, a slightly greater proportion of their total. Stymied but undefeated, Grant once again sidestepped the enemy’s position and pushed on south.

Northern newspapers barely mentioned the slaughter, instead emphasizing the skill of the generals and the bravery of the men. The Lancaster Examiner jauntily characterized Grant’s slog as “a footrace to Richmond,” and with a trumpeting boldface headline screamed—quite inaccurately—“Butler on the War Path! He is successful everywhere!” even as that hapless general succumbed to tactical paralysis. The soldiers, of course, knew the truth. The sheer bloodiness of the campaign traumatized even the most battle-hardened. Elwood Griest wrote to his wife, “What a ghastly spectacle do the dead present, torn and mutilated in every conceivable way their unburied corpses cover the country for miles and miles in every direction. I pray that I may be spared from seeing any more.” And in a scribbled note to his parents, future Supreme Court Justice Oliver Wendell Holmes wrote, “It is still kill—kill—all the time,” adding a few days later, “I tell you many a man has gone crazy since this campaign has begun from the terrible pressure on mind & body.”

Only slowly did the magnitude of what was happening make itself felt in Washington. The atmosphere there became increasingly grim. “It is a tearful place here now,” wrote Rep. James A. Garfield to his wife from Washington. “While the thousands of fresh troops go out to feed the great battle mills the crushed grain comes in.” The wounded swamped field hospitals and piled up on train platforms and wharves. It got only worse. On June 3, in what Grant himself recognized as his worst mistake of the campaign, he ordered another frontal assault on Lee’s lines at Cold Harbor, ten miles east of Richmond. Veterans knew it was suicidal and wrote their names on scraps of paper so that their bodies could be identified later. Grant lost six thousand men that morning, more than half of them in the first half-hour, but failed again to dent Lee’s lines. When another assault was ordered that afternoon not a man stirred, refusing to commit suicide in what looked like a foregone massacre.

Grant realized that Cold Harbor was a watershed. Depleted, numb with exhaustion, shaken by trauma, and unwilling to attack dug-in Confederates, the Army of the Potomac was essentially fought-out. Since the beginning of the campaign, it had lost some 55,000 men, of whom more than 7,000 had been killed. A single division in the Second Corps had suffered the appalling loss of 72 percent of its strength since the campaign began. The Confederates had lost between 30,000 and 35,000, many of them irreplaceable.

Apart from Adm. David Farragut’s dramatic seizure of Mobile—“Damn the torpedoes, full speed ahead,” he famously cried as he ordered his warships into the heavily mined bay—all the other pieces of Grant’s ambitious strategy had come to naught. Hunter had been driven ignominiously from the Shenandoah Valley. Butler had allowed himself to be bottled up by a much smaller enemy force outside Petersburg. Sherman was still maneuvering toward Atlanta. Banks had been thrown back in Louisiana. Grant had brought Lee to bay in the ring of fortified trenches around Richmond and Petersburg, but the Confederates still held their capital, and they were still willing to fight. Yet another year that had begun with high hopes and another celebrated general seemed to be sinking into torpid stalemate.

In Washington, as renewed public disillusionment with the war set in, tempers were on a hair-trigger. Zachariah Chandler, Ben Wade’s rough-mannered Senate colleague from Michigan, was dining with friends at the National Hotel on Pennsylvania Avenue when he was overheard denouncing Copperheads by Rep. Daniel Voorhees of Indiana, who was sitting nearby. Voorhees rose, stepped closer to Chandler, and slapped him in the face. The two, both big men—Voorhees was known as “The Tall Sycamore of the Wabash”—then began wrestling across the dining room. When Chandler appeared to be getting the better of Voorhees, the Indianan’s companion, a man named Hannigan, rushed to his aid. Seizing a pitcher of milk from a nearby table, he smashed it over Chandler’s head, spraying milk over everyone nearby and leaving Chandler stunned. Hannigan then hit him again with a chair, at which point the men were finally separated, with great difficulty, by bystanders. It was a foretaste of the political campaign that was just getting under way.

In Congress, Elihu Washburne of Illinois rose to deliver a paean of thanks to the soldiers of the Union. Precisely a year to the day, July 3 1864, had passed, he said, since the armies of the North and South had grappled at Gettysburg. Yes, many men and much matériel had been lost since then. But federal arms were triumphant from Arkansas to Virginia. Sherman was just eighteen miles from Atlanta, “the great rebel heart of the Southwest.” And Lee? Two months ago he had confronted the federal army on the Rapidan with “one hundred and thirty thousand of the best soldiers of the bogus confederacy.” (This was a considerable exaggeration, but no one corrected him.) Two months later, Washburne went on, General Grant—“that child of victory”—had now “driven the desperate and maddened hordes of Lee through sixty miles of his intrenchments, outgeneraling him in every movement, and beating him in every battle. He now holds both Petersburg and Richmond by the throat.” (This was another exaggeration.) The entire military situation never looked more promising, he claimed. “Returning to our seats on the 1st of December, as I hope we all may, I trust we shall see the rebellion crushed, peace restored, and the country regenerated and disenthralled.”


Darius

Darius was determined to subjagate the Greeks. He planned to punish the Athenians and reinstall the deposed tyrant Hippias. Hippias informed him that the Alcmaeonidae, an important Athenian family, were opposed to Miltiades and prepared to assist in his restoration if the Athenian army could be drawn out of the city, Hippias asured Darious tht Athens under his rule would accept Persian control. This was the basic approach in the Persian Empire to support or impose a local leader which they could control. This seemed a perfect opportunity to defeat the Athenians thus weakening the Greek alliance. He reasoned that subjecting Sparta and the other Greeks would be much easier once the Athenians were disposed of.


Before the Persian Wars Datis was a Persian commander during the Ionian Revolt. Datis would lead the counter-offensive against the Ionians during the revolt in 494 BCE. [2]

Datis and another officer named Artaphernes replaced a commander named Mardonius. Datis was ordered to reduce Athens and Eretria to slavery, and bring the slaves before the kings. The goal of Datis' campaign was to establish a bridgehead in the eastern coast of Greece.

In 490 BCE, Datis sailed of the Ionian shoreline to Samos, and then he traveled eastward through the Icarian sea to the islands of Delos and Naxos. [3] When Datis arrived the inhabitants of the islands fled. Datis then sent the inhabitants a message telling them he would never harm the islands. Datis would also burn large amounts of incense at the altar of Apollo. This piece of propaganda resulted in the Oracle of Delphi becoming a mouthpiece for Persian propaganda. [4]

Datis traveled across Greece taking town after town for the Persian Empire. One town named Carystus resisted Datis. Because of this Datis laid siege to the city. Datis began the siege by destroying the crops around the city. Datis' army of 80,000 soldiers with 200 triremes overwhelmed the city causing Carystus to surrender. [4] [5]

During Datis's siege of Eretria in 490 BCE, the Eretrians had many conflicting strategies. Some Eretrians wished to surrender the city and wage guerrilla warfare in the mountains of Greece. Some Eretrians wanted to betray the city to the Persians. 4,000 Athenian colonists came from Chalcis to defend Eretria. Datis attacked the Eretrians in battle, resulting in severe casualties. On the seventh day of the siege the Eretrians surrendered, and all of the temples in the city were burned to enact revenge on the burning of Sardis. [4] It is very likely one of the temples destroyed was the temple of Apollo Daphnephoros. [6]

He would also command the Persian assault force on the Athenians at the Battle of Marathon in the same year. Ctesias of Cnidus relates that Datis was slain at Marathon and that the Athenians refused to hand over his body, [7] however this conflicts with Herodotus' earlier claim that Datis survived the battle [8]

If Datis survived the battle of Marathon he would have returned to Asia and returned the statue of Apollo to Delos and he would have taken his Eretrian slaves to Susa. [8]

An Athenian statesman named Aristides was accused of being the brother of Datis. [6] Datis also had several sons named Harmamithres and Tithaeus. Both of his children would become cavalry officers under Xerxes I. [8]

  1. ^ unBhttp://www.iranicaonline.org/articles/datis
  2. ^ Souza, Philip de (2004). The Greek and Persian Wars 499-386 BC. Taylor & Francis. ISBN978-113-588-209-9 .
  3. ^
  4. McNab, Chris (2018). Greek Hoplite Vs Persian Warrior: 499–479 BC. Edizioni Bloomsbury. ISBN978-147-282-573-5 .
  5. ^ unBC
  6. Green, Peter (1996). The Greco-Persian Wars. California: University of California Press. ISBN978-052-091-706-4 .
  7. ^
  8. Shirley, Samuel (2003). On the War for Greek Freedom: Selections from The Histories. Hackett Publishing Company, Incorporated. ISBN978-160-384-679-0 .
  9. ^ unB
  10. Garland, Robert. Athens Burning: The Persian Invasion of Greece and the Evacuation of Attica. Johns Hopkins University Press. ISBN978-142-142-195-7 .
  11. ^Photius the Great, Excerpts of Ctesias' "Persica", Paragraph 22, available online at https://www.livius.org/ct-cz/ctesias/photius_persica.html
  12. ^ unBC Herodotus, Histories

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Essay On Athens Vs Sparta

Athens left an everlasting effect on the world, while Sparta did not. This essay will prove that Athens is the better polis. Athens and Sparta were very similar in many ways but they had one major difference that divided them in history, government. Spartans focused mainly on developing their military while Athenians focused on developing a better form of government. Sparta was ruled by two kings who believed that military was the most important factor in life.&hellip


6. Wars against Persia

War with the Persians continued. In 460 BC, Egypt revolted under local leaders the Hellenes called Inaros and Amyrtaeus, who requested aid from Athens. Pericles led 250 ships, intended to attack Cyprus, to their aid because it would further damage Persia. After four years, however, the Egyptian rebellion was defeated by the Achaemenid general Megabyzus, who captured the greater part of the Athenian forces. In fact, according to Isocrates, the Athenians and their allies lost some 20.000 men in the expedition, while modern estimates place the figure at 50.000 men and 250 ships including reinforcements. The remainder escaped to Cyrene and thence returned home.

This was the Athenians main public reason for moving the treasury of the League from Delos to Athens, further consolidating their control over the League. The Persians followed up their victory by sending a fleet to re-establish their control over Cyprus, and 200 ships were sent out to counter them under Cimon, who returned from ostracism in 451 BC. He died during the blockade of Citium, though the fleet won a double victory by land and sea over the Persians off Salamis, Cyprus.

This battle was the last major one fought against the Persians. Many writers report that a peace treaty, known as the Peace of Callias, was formalized in 450 BC, but some writers believe that the treaty was a myth created later to inflate the stature of Athens. However, an understanding was definitely reached, enabling the Athenians to focus their attention on events in Greece proper.


Thoughts on the Battle of Marathon, 490 BC

This entry was posted on November 29, 2014 by Josho Brouwers .

Last Wednesday, I gave a lecture, for which I had been invited, at the University of Ghent in Belgium on the Battle of Marathon. The lecture was the second in a series on battles in Greece from earliest times to the modern age and I was specifically asked to touch upon an Archaic or Classical battle. A paper version of my talk will be published in the institute’s yearly journal, Tetradio, in 2016. The text will be in Dutch, but it will also include an English summary.

When originally asked to give a lecture, I first picked the Battle of Thermopylae as my topic. But as I was working on that, I realized I could never fit what I wanted to say about it in the span of a 60 to 75-minute talk. There’s just too much ground to cover. Instead, Marathon struck me as the ideal topic: a single battle, often considered one of history’s defining moments, which serves as a good introduction to the Persian Wars as a whole.

The title of my lecture can be translated as “The miracle of Marathon? The Athenian victory over the Persians in 490 BC”. The lecture was divided into four major parts, followed by a conclusion. In the first part, I focused on the sources for the battle. The single major source is, of course, Herodotus. But other authors also wrote about Marathon, though never in as much detail as he did, and they can offer interesting additional information. Aside from written texts, there’s also plenty of other material that we can draw upon: vase-paintings (nearly all from Athens or at least Attica), and an array of archaeological data (particularly the remains of the dead on the battlefield itself).

The road to Marathon

The second part of my lecture was a summary of the road to Marathon. I briefly discussed the rise of the Persian Empire – the largest empire the ancient world had yet seen, which was only a little over half a century old when the Athenians fought some of its armed forces at Marathon. Naturally, I gave a brief overview of the political situation in Greece, and the fact that Athens, in 507/506, gave earth and water to Persia and forged an alliance. They would betray this alliance later by lending support to the Greeks in Asia Minor during the Ionian Revolts, which were crushed by Persia in 493 BC.

Herodotus presents Marathon as a punitive expedition, but this seems doubtful. To the Persians, Athens had indeed betrayed their trust. But Athens was relatively insignificant in the grand scheme of things. Persian inscriptions, in which the extent of the Empire is described, present the Aegean and its peoples as existing on the very fringe, and relatively unimportant. All Persia seemed to care for, was that its borders were stable. Adding territory was a good way for a king to increase his prestige, which explains Darius’ forays into the lands of the Scythians, Thracians, and indeed Greeks.

But the Battle of Marathon was the final stop in a Persian campaign to domesticate the unruly Greeks. Datis and Artaphernes were placed at the head of an expedition that conquered various Aegean islands, subdued Carystus on Euboea, besieged Eretria (and deported its inhabitants), before landing at Marathon, where the Persians spent several days raiding the countryside with little opposition.

The actual battle

The actual battle was the subject of the third part of my lecture. The Athenians had marched out and were joined by a small force of Plataeans. Herodotus doesn’t give any numbers later sources claim that the Greek army consisted of 9,000 Athenians and 1,000 Plataeans. The Spartans were asked for help, but were unable to come. Herodotus comes across as puzzled, and the statement he gives suggests religious reasons Plato would later suggest that the Spartans had first to deal with a revolt among their Messenian helots. Eventually, the Athenian general Miltiades managed to convince the polemarch Callimachus to attack the Persians, perhaps when the latter were on the verge of leaving. They famously broke into a run – when exactly, how fast they ran or for how long, nobody knows for certain – and attacked the Persian forces. The fighting was long and hard, but the Athenians were victorious.

The Battle of Marathon is an excellent case study, as it shows just how little we know, despite having such good source like Herodotus. Many details are unclear. Did Miltiades plan everything out in detail, including the famous pincer movement that crushed the Persian forces? Or did the Athenians win through sheer luck? How many men fought? Herodotus only says that the Persians had a fleet of 600 ships. The 192 Athenian dead and 11 Plataeans are probably exact figures, since their names were recorded in stone, but the number of 6,400 dead for the Persians strikes as false: 6,400 is 33.33 times 192, rounded up.

The importance of Marathon

The fourth and final part of my lecture was on the importance of Marathon. Some claim that Marathon was of central importance not just to Athenian or Greek history, but to Western history as a whole. That’s a bold statement, for which authors generally have no proof. I spent some time dissecting this fallacy, going back to the days of Meyer and Weber, briefly revisiting my earlier criticism of such work as Victor Davis Hanson’s The Western Way of War, before citing Robert Graves’s poem, The Persian Version, as an antidote to overly high appraisals of the Battle of Marathon.

The victory at Marathon was, on the whole, rather unimportant to the Persians. If they had won, they would have installed Hippias, the tyrant who had been expelled from Athens in 510, as ruler of Athens, but his reign would probably have been short-lived, anyway. The Persians did not have the numbers to press an attack on the rest of Greece. Instead, Marathon was important only for the Athenians: it showed to them that they could not only defeat the Achaemenid Empire, but could even do so without the help of the Spartans, who arrived after the battle was already over and could do nothing but congratulate the victors.

The talk went smoothly and I got some good questions afterwards not everyone was convinced that the battle was as unimportant in the grand scheme of things as I suggested it was, which is always a Buona cartello. I’d like to thank the people from the university’s “Griekenlandcentrum” for inviting me. Berenice Verhelst took good care of me, Gunnar de Boel gave a great introduction to my talk, and Pieter Borghart was swift in emailing me the necessary guidelines as regards the paper version of this lecture for publication in Tetradio. If you are ever in Ghent and the institute organizes another lecture, be sure to attend.

I am currently working on a review article about recent books on Marathon, to be published on the website of the UNRV sometime in the very near future, with recommendations. As far as books on the battle are concerned, I would be remiss if I didn’t point you to the Ancient Warfare special that was published in 2011, exactly 2500 years after the battle was fought. I am also planning to write a book on the Persian Wars, hopefully for publication in 2016 or 2017 (probably in Dutch), so I will undoubtedly revisit the topic in future blog posts.

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Peloponnesian War Causes

Two separate alliances emerged from the disbanded Hellenic League, the restored Peloponnesian League which consisted of Sparta and many main-land Greece city-states, and the Athenian’s Delian League. The Delian League was a force of Greek-City states whose goal was to continue the fight against the Persians by conquering the Persian’s colonies and adding them to their empire. With the founding of the Delian League the remaining Persians and their colonies were quickly and easily defeated. The quick and forceful rise of the Athenian Empire and their Delian League caused many Greek-city states to fear the Athenians and their naval capabilities. As the Athenian historian Thucydides said, “The growth of the power of Athens, and the alarm which this inspired in Lacedaemon, made war inevitable”.&hellip


Siege of Carystus, 490 BC - History

People - Ancient Greece : Hippias

Hippias (tyrant) in Wikipedia Hippias of Athens (Ancient Greek: Ἱππίας ὁ Ἀθηναῖος) was one of the sons of Peisistratus, and was tyrant of Athens in the 6th century BC. Hippias succeeded Peisistratus in 527 BC, and in 525 BC he introduced a new system of coinage in Athens. His brother Hipparchus, who may have ruled jointly with him, was murdered by Harmodius and Aristogeiton (the Tyrannicides) in 514 BC. Hippias executed the Tyrannicides and became a bitter and cruel ruler. The Alcmaeonidae family, who Peisistratus had exiled in 546 BC, had built a new temple at Delphi, then bribed the priestess to command the Spartans to help them overthrow Hippias. A Spartan force under Anchimolius was sent to help, but Hippias and his family, the Pisistratidae, allied themselves with Cineas of Thessaly, and the Spartans and Alcmaeonidae were at first defeated. A second attempt, led by Cleomenes I of Sparta, successfully entered Athens and trapped Hippias on the Acropolis. They also took the Pisistratidae children hostage, and Hippias was forced to leave Athens in order to have them returned safely. He was expelled from Athens in 510. Shortly before the end of his rule, he married his daughter, Archedike, to Aiantides, son of Hippoklos, the tyrant of Lampsakos, to facilitate his access to Darius' court at Susa.[1] The Spartans later thought that a free, democratic Athens would be dangerous to Spartan power, and attempted to recall Hippias and reestablish the tyranny. Hippias had fled to Persia, and the Persians threatened to attack Athens if they did not accept Hippias nevertheless the Athenians preferred to remain democratic despite the danger from Persia. Soon after this, the Ionian Revolt began. It was put down in 494 BC, but Darius I of Persia was intent on punishing Athens for their role in the revolt. In 490 BC Hippias, still in the service of the Persians, led Darius to Marathon, Greece. According to Herodotus, Hippias had a dream that the Persians would be defeated, and they in fact were defeated at the Battle of Marathon although many historical texts believe that Hippias saw many omens for victory on both sides.

Hippias in Harpers Dictionary of Classical Antiquities A Greek sophist of Elis and a contemporary of Socrates. He taught in the towns of Greece, especially at Athens. He had the advantage of a prodigious memory, and was deeply versed in all the learning of his day. He attempted literature in every form which was then extant. He was among the first to undertake the composition of dialogues. In the two Platonic dialogues named after him (Hippias Maior and Hippias Minor), he is represented as excessively vain and arrogant. See the study by Osann in the Rhein. Museum for 1843, p. 495 foll., and P. Leja, Der Sophist Hippias (1893). 2. A son of Pisistratus. See Pisistratidae.


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